Ink è un gioco da tavolo astratto e strategico molto particolare, firmato dall’autore Kasper Lapp e che vede Chris Quilliams alle illustrazioni. I due hanno costruito un titolo capace di unire ragionamento tattico e colpo d’occhio elegante. Il gioco è distribuito nel nostro paese da Asmodee Italia, e si presenta come un prodotto apparentemente semplice nelle regole, ma decisamente più profondo di quanto sembri dopo le prime partite, con un’identità visiva molto forte e una struttura che si concentra su pianificazione e adattamento.
Un gioco che parla di inchiostro, di colori e di composizione, ma che sotto la superficie “artistica” nasconde un puzzle competitivo a tutti gli effetti. La sensazione è quella di avere davanti qualcosa che vuole essere astratto nel cuore, ma allo stesso tempo tematico nelle sensazioni. Piazzare tessere per fare punti è parte del gioco, ma la sensazione sarà quasi quella di costruire un dipinto personale che cresce e si sviluppa turno dopo turno.
Ciò che cattura l’occhio
La prima cosa che ci ha colpiti di Ink è il modo in cui si presenta. L’estetica è minimale, sì pulita, ma allo stesso tempo molto riconoscibile: si tratta di un titolo che non ha avuto bisogno di riempire tutto con dettagli pomposi, perché punta a comunicare subito un concetto colorato e astratto. Anche i materiali aiutano parecchio, perché l’idea delle bottigliette d’inchiostro come risorsa da gestire dà al gioco un tocco concreto e piacevole, rendendo più “fisico” quello che altrimenti sarebbe un solo un astratto molto classico.
È uno di quei giochi che fanno la loro discreta figura sul tavolo senza bisogno di miniature o di scenari arzigogolati. Insomma, mi a piacere dire che tutto resta ordinato, leggibile, e allo stesso tempo colorato e carino da vedere mentre la plancia personale si riempie.
Semplice da capire, meno da dominare
La parte giocata di Ink è un mix tra piazzamento tessere e costruzione di aree. A ogni turno si seleziona una tessera da una ruota centrale e la si piazza sulla propria plancia, cercando di creare zone di colore sempre più grandi e connesse. Il piazzamento non è mai casuale: ogni tessera diventa un tassello di un puzzle più grande, e basta poco per rendersi conto che lo spazio a disposizione è più “stretto” di quanto sembri.
La ruota da cui si scelgono le tessere è una delle caratteristiche migliori del gioco, perché introduce la meccanica della scelta, dove oltre a scegliere ciò che si vuole, bisogna anche muoversi, valutare quanto conviene avanzare, e capire se vale la pena sacrificare una scelta immediata per posizionarsi meglio nel turno successivo. È una meccanica che dà ritmo e che soprattutto impedisce al gioco di diventare un esercizio solitario, perché anche se la plancia è personale, la selezione delle tessere è condivisa, e ogni decisione influisce sugli altri.
Il sistema dell’inchiostro entra in gioco quando si riescono a completare aree abbastanza grandi: a quel punto si possono piazzare le bottigliette, ottenendo bonus e nuove possibilità. Lee aree però non vanno solo create, bisogna farlo nel modo giusto, al momento giusto, e con l’idea di sfruttare al massimo quello che sbloccano.
Pianificazione e adattamento
Uno degli aspetti più riusciti di Ink è la sensazione costante di dover basare la propria strategia o ottimizzando, o improvvisando. Spesso si parte con un piano preciso, magari puntando a costruire una grande area di un colore, ma poi le tessere disponibili non si incastrano come vorreste, o un avversario prende proprio quel pezzo che vi serviva (capita con molti giochi con risorse condivise, quindi potreste provare un leggero senso di deja-vu). A quel punto cambiare strategia e riorganizzarsi diventa fondamentale.
Una delle cose positive è che le partite scorrono senza tempi morti. Ogni turno è veloce, le azioni sono chiare, eppure la scelta resta sempre interessante. Anche chi gioca più d’istinto riesce a divertirsi, perché piazzare tessere e vedere la propria plancia trasformarsi è soddisfacente a prescindere. Ma chi ha una mentalità più “calcolatrice” trova pane per i suoi denti, perché il gioco premia parecchio chi riesce a costruire combinazioni intelligenti.
Rigiocabilità e modalità in solitaria
Dal punto di vista della rigiocabilità, Ink funziona bene perché non si basa su una singola strategia dominante. Cambiano le tessere che entrano in gioco, cambia il modo in cui i giocatori si ostacolano sulla ruota centrale e cambiano le opportunità che si creano partita dopo partita. Non è uno di quei giochi che dopo tre partite ti dà l’impressione di aver già visto tutto: anzi, spesso la seconda e la terza partita sono quelle in cui si inizia davvero a capire quanto margine ci sia per migliorare. Certo, se si gioca spesso, e magari con lo stesso gruppo, la sensazione di ripetersi un po’ arriverà inevitabilmente.
Un’aggiunta interessante è anche la modalità in solitaria, che rende il gioco appetibile pure per chi non ha sempre un gruppo disponibile. In un titolo così “puzzle”, il solitario ha il suo senso, e riesce a mantenere il cuore dell’esperienza: pianificazione, ottimizzazione e gestione dello spazio.


