Con gli ultimi quattro episodi, la seconda stagione di Fallout ci ha confermato le buonissime impressioni che avevamo. Tutto ciò che nella prima metà era stato suggerito, accennato o preparato con calma, qui trova una conclusione degna, e per ogni tassello al suo posto, si sono aggiunte altre tessere del puzzle per crearne uno ancora più grande. Il ritmo del racconto rallenta un pochino, per poi riaccelerare in modo prepotente nelle battute finali, soprattutto tra quinto e sesto episodio. Confronti, rivelazioni e prese di posizione, hanno preparato il tavolo per la futura stagione 3. Ma ecco cosa ne pensiamo nella nostra recensione, che avrà il voto complessivo dell’intera stagione.
ATTENZIONE: di seguito sono presenti spoiler sugli episodi finali della serie, quindi vi invitiamo a continuare la lettura solamente consapevoli di ciò.
New Vegas, il fulcro narrativo che volevamo
Il vero punto di svolta arriva con l’ingresso effettivo a New Vegas. La città, evocata fin dall’inizio della stagione, viene finalmente mostrata per ciò che è: un centro di potere instabile, sospeso tra lusso decadente e controllo militare. Un rifugio tutt’altro che convenzionale, con i Deathclaw che sono i padroni indiscussi della Strip. Un luogo che nella nostra storia amplifica le tensioni già presenti tra personaggi, e fazioni.
In questi episodi il ruolo di Robert Edwin House diventa centrale in modo più esplicito, la cara vecchia figura chiave del passato che torna nel presente, con una visione del mondo basata sull’ordine assoluto e sulla gestione algoritmica dell’umanità. Le sue apparizioni non sono frequenti, ma ogni scena che lo coinvolge ha un peso specifico enorme, soprattutto per come viene messo in relazione con Coopeer/Ghoul. Se volessimo prendere il toro peer le corna e confrontarlo con l’House del videogioco, quello propostoci dalla serie riesce a incarnare perfettamente una delle anime storiche di Fallout: quella che vede nel controllo totale l’unica alternativa al caos, anche a costo di disumanizzare tutto ciò che tocca. Visione, in un certo senso, che anche qualcun altro condivide…
Valuty meno vaulty
Lucy (Ella Purnell)anche stavolta resta il baricentro emotivo della stagione, nonostante a livello morale anche Marcus ci abbia fatto vedere belle cose. Negli episodi di chiusura arriva finalmente il tanto atteso confronto con il padre, in modo volutamente “scomodo”. Le spiegazioni che riceve non sono rassicuranti, e anzi mettono in crisi tutto ciò che Lucy aveva costruito fino a quel momento, quasi a convincerla della sua folle visione.
Il signor McLean si rivela quindi una figura profondamente più ambigua di quel che pensavamo (e già non ci aveva dimostrato di essere uno stinco di santo). Lui è coerente con la logica del mondo, ma lontano anni luce dai valori che Lucy credeva di condividere con lui. Questo scontro non esplode in modo plateale: lavora per sottrazione, tra silenzi, mezze verità, e giustificazioni razionali che cozzano con il lato emotivo della protagonista, messa praticamente all’angolo tra affetto e disprezzo. È uno di quei momenti che dividono il pubblico, ma che risultano perfettamente allineati.
Si delinea definitivamente la Lucy che prende decisioni drastiche, che la allontanano definitivamente dall’immagine della ragazza del Vault vista all’inizio della serie. Non tutte sono giuste, non tutte funzionano, e proprio per questo il personaggio risulta credibile come quando noi stessi giocando ai videogiochi uscivamo dal vault e ci “adeguavamo”.
Il Ghoul e l’attore
Uno degli elementi più apprezzati di questa seconda metà (come nella prima) è stata l’interpretazione di Walton Goggins nei panni di Cooper Howard/Ghoul. La sua storia, che nella prima stagione sembrava più quella di una vittima, o comunque di un uomo ignaro degli eventi, tramite l’uso dei flashback ci si è aperta man mano davanti agli occhi lasciandoci a bocca spalancata. Le sequenze ambientate prima del bombardamento nucleare mostrano un mondo patinato, cinico e già marcio, in cui la guerra era solo una questione di tempo. Il ruolo che però ha avuto lui in tutto ciò, è tutt’altra storia.
Questi flashback approfondiscono come già detto il rapporto tra Cooper e House, oltre a chiarire il ruolo dei media, della politica e delle grandi corporazioni nella normalizzazione dell’inevitabile. Tasselli fondamentali per comprendere perché il Ghoul sia diventato ciò che è oggi: un personaggio disilluso, sarcastico, ma ancora profondamente segnato da ciò che ha perso, e soprattutto ancora alla ricerca della sua famiglia. Il finale, finalmente, darà lui un indizio su cui basarsi dopo un tempo che sembrava infinito.
Marcus e lo scontro con i Deathclaw
Negli episodi finali, Marcus arriva al punto più alto e più violento del suo arco narrativo. Il suo percorso dopo aver lasciato la Confraternita d’Acciaio raggiunge culmina nello scontro diretto con i Deathclaw, una sequenza che si traduce in uno momenti più riusciti dell’intera stagione (e se ci mettiamo anche l’easter egg del video di apertura di Fallout: New Vegas col soldato che spara, abbiamo anche l’ennesima prova che quando il fancervice fatto bene, è solo positivo).
Il combattimento è brutale e teso, e mostra allo stesso tempo sia la potenza delle armature atomiche della Repubblica della Nuova California, sia quanto queste creature siano pericolose. Marcus affronta lo scontro praticamente come un eroe, anche se costretto a reagire quando nessun altro aveva il coraggio di farlo. Una scena in particolare ci ha fatto sorridere, con le “persone comuni” che non sono intervenute di fronte al suo coraggio, come avrebbe detto il copione dei cliché… ma qui, signori e signore, siamo nel mondo di Fallout. Questo evento segna un cambiamento irreversibile nel personaggio, ora più stanco ma più risoluto e Aaron Moten si conferma anche in questi episodi degno del suo ruolo.
Il “giocatore misterioso” e i nuovi segreti
A rendere le fasi finali ancora più interessanti ha contribuito la presenza del cosiddetto “giocatore misterioso”, una figura che ha agito nell’ombra e che sembrava muovere pedine senza mai esporsi del tutto. È un elemento che richiama in modo abbastanza evidente il concetto di player dei videogiochi Fallout, qualcuno che osserva il mondo dall’alto e interviene solo quando conviene. Tuttavia la scoperta della sua identità, forse un po’ telefonata, è stata davvero apprezzata. Il suo ruolo non domina la narrazione, ma aggiunge un livello di lettura ulteriore.
Il finale della seconda stagione evita deliberatamente un accumulo di colpi di scena, ma quelli che ci si sono palesati sono colpi ben assestati. Norm che si salva per il rotto della cuffia, indagando e scoprendo sempre più il marcio all’interno del sistema; un complesso tra le montagne innevate dove gli esperimenti vanno avanti in gran segreto; il vault che ospita niente meno che una figura femminile molto ambigua e misteriosamente cattiva fino ad ora, ma che nelle ultime battute abbiamo conosciuto fin troppo meglio, una figura che darà inizio a “una nuova fase”. E qui ci fermiamo.
Non dimentichiamoci chiaramente della situazione politica, che vede sempre più fazioni sedersi al tavolo di guerra e prepararsi a un conflitto su vasta scala. La Confraternita d’Acciaio è alle prese con un massacro interno, che porterà al pugno di ferro d’ora in poi; la Legione ha un nuovo e autoproclamato Kaiser (interpretato da Macaulay Culkin, con il suo positivissimo ritorno nonostante i suoi pochi minuti a schermo) marciano su New Vegas per provare ad imporre il loro dominio; la Repubblica della Nuova California ha fatto il suo timido ingresso, per esplodere nel finale arrivando in soccorso a New Vegas contro i Deathclaw; e in tutto ciò l’Enclave? Cosa farà davanti a ciò? E cosa sta succedendo davvero con la “nuova fase” di cui parlavamo?


