Se siete alla ricerca di un’esperienza survival che vi tenga costantemente col fiato sospeso, dove ogni passo falso può significare la differenza tra la vita e la morte, allora I Hate This Place è un titolo che potrebbe saziare la vostra fame. Sviluppato da Rock Square Thunder e pubblicato da Broken Mirror Games, questo gioco si ispira all’omonima serie a fumetti di Kyle Starks e Artyom Topilin, trasportandoci in un incubo rurale intriso di atmosfere anni ’80 e con uno stile visivo fortemente fumettistico. Preparatevi ad affrontare un mondo ostile e spietato, dove la sopravvivenza è una conquista quotidiana.
In I Hate This Place, vestirete i panni di Elena, una giovane protagonista che, insieme alla sua amica Lou, commette l’errore fatale di risvegliare un’entità maligna. Da quel momento in poi, Rutherford Ranch, apparentemente una tranquilla fattoria, si trasforma in un ecosistema perverso e letale. Foreste distorte, cittadine abbandonate, bunker infestati e cultisti folli compongono uno scenario da incubo, in cui la realtà si deforma e l’umorismo nero si mescola al body horror. Un’esperienza che vi metterà a dura prova, sia dal punto di vista emotivo che strategico.

Gameplay e meccaniche
Al cuore di I Hate This Place troviamo un sistema di survival craft-based con visuale isometrica. Il ciclo di gioco è semplice ma efficace: esplorate l’ambiente circostante alla ricerca di risorse, raccogliete materiali di ogni tipo (dal rottame alle componenti più rare), costruite strumenti utili alla sopravvivenza, curate le vostre ferite, potenziate le armi e piazzate trappole per difendervi dalle creature che infestano il ranch. Parallelamente, dovrete potenziare il vostro campo base e riattivare gli avamposti sparsi per la mappa. Potenziarlo significa avere dalla propria parte un rifugio ben fortificato, cosa che può fare la differenza tra una notte tranquilla e un’orribile fine.
Il sistema di crafting sarà essenziale, perché il vostro revolver di base sarà pressoché inutile quando calerà l’oscurità. Molotov, armi contundenti, mine e potenziamenti di vario genere diventeranno strumenti indispensabili per la sopravvivenza. Il design del gioco ci spinge a pianificare attentamente ogni mossa e ad accettare il rischio calcolato: già, anche qui le spedizioni più redditizie sono anche quelle più pericolose. Dovrete valutare attentamente i pro e i contro di ogni azione, soppesando i rischi e le ricompense.
Il ciclo giorno/notte è un elemento centrale dell’esperienza di gioco. Durante il giorno, Rutherford Ranch è relativamente tranquillo: gli avversari sono meno attivi, la visibilità è buona, e potrete dedicarvi a tagliare alberi, scassinare porte, fare scorta di provviste e spingervi più lontano alla ricerca di risorse. Tuttavia, non abbassate mai la guardia: il pericolo è sempre in agguato, pronto a colpire al momento meno opportuno.

Di notte, lo scenario cambia radicalmente. La torcia diventa la vostra unica fonte di luce, la fauna mutata si moltiplica e gli incontri si fanno molto più aggressivi e punitivi. Spostarsi diventa un’impresa ardua, e ogni errore può costare caro. Spesso, la scelta più saggia è quella di barricarsi nel proprio rifugio e resistere fino all’alba. Questo ritmo incalzante, fatto di preparazione di giorno e sopravvivenza di notte, ricorda per certi versi Don’t Starve, ma con un focus maggiore sull’esplorazione guidata, sui misteri da svelare e sulla progressione della storia.
Stealth sonoro: il silenzio è la vostra arma migliore
Una delle caratteristiche più interessanti del gameplay di I Hate This Place è lo stealth acustico. Molti nemici si affidano all’udito per cacciare le proprie prede: la vista è limitata, ma l’udito è fin troppo sviluppato. Ogni azione produce rumore: correre, calpestare legni marci, sparare, sfondare porte. Il gioco vi educa al silenzio: camminare lentamente, scegliere con cura il percorso, ascoltare attentamente l’ambiente circostante è spesso più efficace che svuotare un intero caricatore. Imparare a muoversi silenziosamente è fondamentale per sopravvivere alle insidie di Rutherford Ranch.
La cosa più interessante è che questa regola vale in entrambe le direzioni. Potrete sfruttare il suono a vostro vantaggio: un sasso lanciato, un generatore avviato, un macchinario rumoroso possono attirare i mostri esattamente dove volete voi, magari dritti in un campo minato. Le scaramucce diventano veri e propri puzzle ambientali, in cui dovrete leggere attentamente lo spazio circostante e improvvisare la soluzione meno rumorosa.
Combattimento tattico, risorse ed esplorazione
Il sistema di combattimento di I Hate This Place è un twin-stick shooter essenziale ma estremamente teso. La mira e il movimento sono indipendenti, il che è un vantaggio in un gioco con visuale isometrica, ma il titolo scoraggia gli approcci “alla Rambo”: chi spara a raffica, muore in fretta. Le munizioni sono scarse, i rumori attirano l’attenzione dei nemici, e le creature che infestano il ranch, dai canidi deformi ai ragni mutanti, passando per cultisti folli e abomini “alla Cronenberg”, puniscono severamente la frenesia. Ogni proiettile conta, e dovrete scegliere con cura quando e come usarlo.
Le boss encounter si alternano alla minaccia costante del Cornuto, una figura evanescente e letale che è meglio evitare che affrontare direttamente. Il risultato è un sistema di combattimento fatto di scontri brevi e intensi, intervallati da sprint tattici, nascondigli improvvisati e ritirate strategiche. La gestione delle risorse e la pianificazione sono fondamentali per avere successo negli scontri più difficili.

La mappa di I Hate This Place è un mosaico di micro-biomi: foreste nebbiose, un borgo fantasma, bunker abbandonati, installazioni industriali fatiscenti e radure che, alla luce del giorno, sembrano quasi normali. Ogni area cela segreti da scoprire, indizi ambientali e storie di spettri locali. Le quest secondarie non sono semplici riempitivi, e raccontano piccole tragedie che contribuiscono a delineare il quadro generale del ranch maledetto. L’esplorazione è ricompensata con nuove informazioni, risorse preziose e un’immersione più profonda nell’atmosfera inquietante del gioco.
A livello di direzione artistica, l’ispirazione fumettistica è evidente: linee nere marcate, palette sature, vignette che talvolta invadono l’interfaccia utente e i menu. Il tono del gioco mescola sapientemente orrore e umorismo nero, con quella stramberia “stranger-thingsiana” che rende la bruttezza affascinante. Una scelta stilistica ben precisa che conferisce al gioco una forte personalità e una grande leggibilità.
Narrativa e coinvolgimento
Se siete fan dell’opera cartacea, riconoscerete volti, toni e la spietatezza che la caratterizzano. Se non conoscete i fumetti però, non preoccupatevi: la storia è autoconclusiva e vi coinvolgerà gradualmente, alternando momenti narrativi a lunghe fasi di sopravvivenza. Il rapporto tra Elena e Lou è il fulcro emotivo della narrazione: salvare la persona che amate mentre il mondo intero cerca di uccidervi è una motivazione semplice ma potente, che vi spingerà a lottare fino alla fine. Il legame tra le due protagoniste è un elemento chiave per l’immersione nell’esperienza di gioco.

I Hate This Place non è un gioco facile, ma è onesto nel punire l’imprudenza e premiare la preparazione. L’inizio può sembrare particolarmente ostico, con poche risorse, una visione limitata e notti spietate, ma la curva di apprendimento si stabilizza quando si comprendono i ritmi e le priorità del gioco: cosa craftare, quando rischiare, dove creare vie di fuga. Le scelte di Quality of Life, come le mappe leggibili, i segnali sonori chiari e il sistema di costruzione intuitivo, contribuiscono a rendere l’esperienza più accessibile. Un gioco che premia la pazienza, la strategia e la capacità di adattamento.
La resa isometrica valorizza lo stile fumettistico e garantisce una buona stabilità del frame rate anche durante le ondate notturne. L’illuminazione è essenziale ma funzionale, con la torcia che diventa un elemento fondamentale del gameplay. Gli effetti sonori sono parte integrante del sistema di gioco, come già datto in precedenza, e vi si aggiunge una colonna sonora retro synth che si adatta perfettamente all’ambientazione. L’interfaccia utente e l’inventario sono chiari e ben organizzati. I comandi twin-stick rispondono bene sia con il pad che con il mouse, un dettaglio che fa la differenza quando ogni colpo può fare la differenza.
