“Cime Tempestose” Recensione, se cercate il libro avete sbagliato sala

"Cime Tempestose" secondo Emerald Fennell: una splendida Margot Robbie prigioniera in una brughiera di plastica.

Giacomo Dotti
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Giacomo Dotti
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Giacomo è un laureato in Cinematografia con un Master in Produzione e Distribuzione, aspirante regista con una grande passione per la fantascienza. Da sempre affascinato dal...
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Recensioni"Cime Tempestose"
Lettura da 7 minuti
7.5 Buono
"Cime Tempestose"

Esiste un vantaggio innegabile nell’approcciarsi a un grande classico della letteratura mondiale come Cime Tempestose senza aver mai sfogliato una singola pagina del materiale originale: la libertà assoluta. Non aver mai letto il libro di Emily Brontë e ignorare totalmente i risvolti della trama mi ha permesso di sedermi in sala come una tabula rasa, pronto a farmi trascinare dalla visione di Emerald Fennell senza il peso ingombrante del confronto o il timore del sacrilegio.

Ed é proprio quello che l’autrice voleva sottolineare sfruttando il virgolettato nel titolo. In un’epoca di fanatismo filologico, rivendico il diritto di godermi una storia per come mi viene presentata sullo schermo, e forse è proprio per questa mia “ignoranza” di partenza che, a differenza di molti puristi, io questo film con Margot Robbie e Jacob Elordi l’ho sinceramente apprezzato.

Una visione che divide: il cinema di Emerald Fennell

Dopo il successo di Promising Young Woman e il discusso Saltburn, Emerald Fennell conferma di essere una delle autrici più divisive del panorama contemporaneo. Il suo è un cinema che non cerca il consenso, ma la reazione. In questa rilettura di Cime Tempestose, la regista decide di spingere sull’acceleratore di un’estetica che molti hanno già definito “di plastica”. Ho visto circolare critiche feroci, specialmente in alcuni video di analisi sui social, che descrivono il film come un’opera talmente estetizzata da risultare anestetizzante.

È un’osservazione che capisco dal punto di vista tecnico: la brughiera inglese non è mai stata così colorata, così “pulita”, così simile a un set fotografico di Vogue o di una pubblicità dei profumi. Tuttavia, quello che per molti è un limite, per me è diventato il punto di forza dell’esperienza. La Fennell sceglie deliberatamente di rifuggire il realismo sporco e fangoso che ci si aspetterebbe da un dramma d’epoca vittoriano, preferendo una saturazione cromatica che trasforma il dolore dei protagonisti in una sorta di installazione d’arte moderna. Se per alcuni questa scelta trasforma il film in una “pubblicità di due ore”, io l’ho percepita come una boccata d’aria fresca: una furbizia estetica che rende la visione magnetica, trasformando ogni inquadratura in un quadro eccentrico che cattura lo sguardo e non lo molla più.

 

Margot Robbie regge da sola l’intero film

Se il film riesce a non naufragare nel suo stesso mare di bellezza artificiale ed estetismo puro, il merito è quasi interamente di Margot Robbie. L’attrice, che qui ricopre anche il ruolo di produttrice, dimostra ancora una volta di avere un fiuto incredibile per i progetti che le permettono di brillare. La sua performance è molto forte: riesce a dare vita a un personaggio che pulsa di un’energia vibrante, quasi elettrica, riuscendo a trasmettere una gamma di emozioni complessa nonostante sia immersa in un contesto visivo così debordante.

È lei a fornire il peso emotivo necessario per bilanciare l’eccesso di stile della regia. Ogni suo sguardo, ogni sua reazione, buca lo schermo e dà un senso ai dialoghi, che altrimenti rischierebbero di perdersi tra le pieghe di costumi fin troppo perfetti. In un certo senso, la Robbie è l’ancora che tiene il film legato alla terra, impedendogli di volare via verso un vuoto pneumatico fatto solo di belle immagini. Lei non da il ritmo alla storia in questo film lei è la storia, inzia e finisce quando vuole lei.

L’anello debole: l’armamentario di Jacob Elordi

Purtroppo, dove la Robbie costruisce, Jacob Elordi sembra fare di tutto per demolire. La sua prova in questo film è, purtroppo, deficitaria. Elordi sembra trovarsi in una costante lotta contro il suo stesso personaggio, nel tentativo disperato di apparire “tormentato e oscuro”. Il risultato è però una sequela di espressioni stereotipate, un armamentario di faccette, pose plastiche e movimenti di lingua al limite del molesto.

Manca totalmente quella densità emotiva e quel carisma selvaggio che dovrebbero caratterizzare la sua figura. Non si sa se per una cattiva direzione o una sua interpretazione sbaglaita, ma accanto a una Margot Robbie così dominante, Elordi appare spesso come un modello fuori posto, incapace di reggere il peso dei primi piani più intensi. È un peccato, perché la chimica tra i due è l’unico elemento che davvero fatica a decollare, lasciando la sensazione che il film avrebbe potuto raggiungere vette ancora più alte con un protagonista maschile dotato di maggior mestiere e profondità.

Un capolavoro pop o un’occasione mancata?

Il film cerca chiaramente di meschinizzare il rapporto tra i protagonisti, rendendolo torbido e peccaminoso, quasi a voler sfidare i confini del genere. A tratti si respira un’aria che ricorda il territorio di 50 sfumature di grigio, con un’attenzione quasi ossessiva per il desiderio e la tensione erotica, che però non si spinge mai davvero fino in fondo. La colonna sonora di Charli XCX contribuisce a questo senso di straniamento: moderna, ritmata, assolutamente “fuori posto” se guardata con gli occhi dello storico, ma perfetta se interpretata come parte di un’opera che vuole parlare al pubblico del 2026.

La Fennell non ha il coraggio (o forse l’interesse) di affondare il colpo nel marcio assoluto. Tutto rimane sempre entro i confini di un’eleganza patinata. Ma è proprio questa la natura dell’operazione: una rilettura pop che punta sulla fascinazione visiva piuttosto che sulla catarsi tragica. Per chi, come me, non ha termini di paragone letterari, il risultato è un film di un’estetica esaltata che riesce a incantare ed intrattenere, un prodotto cinematografico che accetta la propria natura di “plastica” e la trasforma in un vanto.

"Cime Tempestose"
Buono 7.5
Voto 7.5
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Contributor
Giacomo è un laureato in Cinematografia con un Master in Produzione e Distribuzione, aspirante regista con una grande passione per la fantascienza. Da sempre affascinato dal potere del racconto cinematografico, trova ispirazione nei lavori di Tarantino, Spielberg e Allen. Oltre al cinema, è un appassionato di fumetti e carte TCG, mondi narrativi che alimentano la sua creatività e visione artistica.