Anaconda (2026), interpretato da Jack Black e Paul Rudd, è il remake del “cult” anni ’90 con Jennifer Lopez e Ice Cube, un film che nel tempo è diventato più famoso per il suo involontario trash che per reali meriti cinematografici. Questo nuovo adattamento sceglie di non nascondere quell’eredità e, anzi, di costruirci sopra un’operazione dichiaratamente minore, consapevole dei propri limiti e della propria natura. Il confronto con il film originale è inevitabile.
L’Anaconda del 1997 provava a essere un monster movie serio, fallendo spesso sul piano tecnico ma lasciando un segno nell’immaginario collettivo. Il remake del 2026 prende una strada diversa: non tenta di aggiornare il genere né di rilanciare un franchise, ma si limita a rielaborare l’idea con un approccio più leggero e ironico. Il risultato è un film che si guarda senza fatica, ma che difficilmente lascia qualcosa allo spettatore una volta terminato.
Personaggi e interpretazioni
Il film si regge quasi esclusivamente sulla presenza di Jack Black e Paul Rudd, due attori che fanno del carisma e del tempismo comico la loro cifra stilistica. Black interpreta il personaggio più sopra le righe del film, spingendo volutamente sull’eccesso, mentre Rudd resta più controllato, giocando sull’ironia sottile e sul suo classico ruolo da “uomo normale” intrappolato in una situazione assurda. La loro chimica funziona, ma non basta a dare profondità a personaggi che restano comunque bidimensionali (forse anche volutamente). Nessuno di loro evolve realmente nel corso del film, e il resto del cast è poco più che una presenza funzionale alla trama. Non c’è un vero lavoro di scrittura sui personaggi: sono maschere, ruoli prestabiliti che servono a portare avanti la storia senza mai sorprenderci. In questo senso, Anaconda non prova nemmeno a competere con il passato o a reinventare i suoi protagonisti. È una scelta coerente con il tono del film, ma che ne limita fortemente l’impatto.
Un remake “furbo”, ma poco incisivo
L’idea più interessante del film è il modo in cui affronta il concetto di remake. L’idea stessa di fare un film nel film è molto forte ed è forse l’elemento più creativo e innovativo di questa pellicola. Anaconda (2026) sa benissimo di essere un rifacimento di un film che oggi verrebbe definito trash, e sceglie di esaltarne il Trash, si vede che è un film realizzato da amanti del genere: B Movies, Monster Movies e in generale il cinema Trash legato ai mostri, che ha sempre avuto un ruolo, sicuramente marginale, nella storia del cinema.
Il film gioca con i cliché del monster movie, ma senza mai spingersi davvero verso una parodia intelligente o una rilettura critica del genere. Rimane sempre in una zona di comfort, dove tutto è prevedibile e rassicurante. Non c’è il desiderio di sorprendere, ma solo quello di intrattenere per un’ora e mezza senza troppe pretese. Questa “furbizia” è al tempo stesso il punto di forza e il limite più grande del film: Anaconda funziona perché non chiede molto allo spettatore, ma proprio per questo non lascia il segno.
Ritmo e aspetti tecnici
Dal punto di vista tecnico, il film è dignitoso. La regia è semplice, lineare, senza particolari guizzi. La giungla è più uno sfondo che un vero ambiente narrativo, e l’anaconda digitale, pur migliorata rispetto agli standard degli anni Novanta, non cerca mai il realismo assoluto. Il ritmo è piuttosto regolare, con qualche momento morto soprattutto nella parte centrale, ma nel complesso scorre senza grossi problemi. Le scene di tensione sono più accennate che realmente efficaci, e l’elemento comico prende spesso il sopravvento sull’azione. È evidente che il film sia pensato più per una visione domestica che per il grande schermo: Anaconda dà il meglio di sé come “film da Domenica pomeriggio”, di quelli che si guardano distrattamente in televisione senza aspettative particolari.
Riflessioni generali
Alla fine, Anaconda (2026) è esattamente ciò che sembra: una action-commedy (c’è chi la definirebbe di serie B), senza grandi ambizioni, che vive di nostalgia e della simpatia dei suoi protagonisti. Non è un disastro, ma nemmeno un’operazione memorabile. Il film non rilancia il franchise, non rinnova il genere e non aggiunge nulla di davvero significativo all’immaginario cinematografico. È un prodotto leggero, innocuo, che si guarda e si dimentica in fretta. E forse è proprio questo il suo obiettivo.
In un’epoca in cui anche i remake cercano disperatamente di apparire “importanti”, Anaconda sceglie di restare piccolo. Una scelta onesta, ma che lo relega inevitabilmente nella categoria dei film “usa e getta”. Un grande merito però voglio darlo al regista Tom Gormican e al team di sceneggiatori, quello di portare il sogno di un bambino sul grande schermo, anche io ho sempre desiderato avere la ricreare quei film che mi hanno stupito quando ero piccolo, poterli reinterpretatre e renderli miei (un po’ come ha fatto Robert Eggers con il suo Nosferatu). Loro ci sono riusciti e l’hanno fatto sul grande schermo, cosa che oggi diventa sempre più difficile, quindi per questo tanto di cappello e grazie per avreci fatto ricordare che si può ancora sognare con il cinema.


