Probabilmente in pochi ricorderanno che Resident Evil 7 è in realtà già stato rilasciato sull’originale Nintendo Switch, nei primi anni di vita della neonata ibrida della Casa di Kyoto. I publisher, di fronte alle cifre di vendita della console, cominciarono una corsa per portare i loro titoli più importanti su di essa, dovendosi però scontrare con le inevitabili limitazioni tecniche. Alcuni sviluppatori hanno preferito scendere a compromessi e altri, dove possibile, sono addirittura riusciti a creare porting qualitativamente alla pari con PS4 e Xbox One. Altri, in una misura opposta, hanno optato per una soluzione alternativa: le Cloud Version. Tra i pochi titoli che sono stati portati su Nintendo Switch con questa modalità, Resident Evil 7 è stato sicuramente uno dei più noti non solo perché capostipite della soluzione, ma anche perché i giocatori Nintendo volevano davvero giocare all’acclamato survival horror di Capcom.
Questo 27 febbraio, ricorrenza dell’uscita di Resident Evil Requiem, il publisher giapponese ha finalmente rilasciato non solo Resident Evil 7: Biohazard in versione nativa per Nintendo Switch 2, ma anche Resident Evil Village. Sebbene gli occhi di tutti fossero puntati quasi esclusivamente sull’attesissimo nono capitolo della serie alcuni, come noi, hanno nutrito interesse anche nei due precedenti titoli così su come girassero sulla nuova piattaforma Nintendo.
Il settimo capitolo della serie non ha certo bisogno di troppe introduzioni: sappiamo tutti come, con Resident Evil 5 e – specialmente – Resident Evil 6, la serie di Capcom abbia vissuto periodi quantomeno difficili, con la fanbase assolutamente in disappunto per come si fosse allontanata dalle sue origini horror. Resident Evil 7 ha riportato il franchise sulla sua strada, permettendo anche la nascita dei tre remake e la creazione di ulteriori sequel fino ad oggi.
Acclamata unanimemente da giocatori e critica, la prima avventura di Ethan Winters è riuscita a riportare la serie sulle sue origini, sia sul fronte del gameplay, sia sulla narrazione, così come specialmente nel setting. Per chi non lo sapesse, di fatto, Ethan raggiunge la casa della famiglia Baker in Louisiana per cercare sua moglie Mia dopo la sua scomparsa. Qui, così come nella Villa Spencer del primissimo Resident Evil, dovrà farsi strada tra mostri sempre più contorti e soprattutto difficili da abbattere in un level design costantemente capace di evolversi con un backtracking ottimo e un level design sempre coerente con il setting.
La casa di Baker, (davvero) su Switch
Per quanto non si possa fare una comparazione tecnica con la precedente versione per Switch 1, il rimando più vicino è sicuramente la prima release per PS4 e Xbox One. Resident Evil 7 su Switch 2 è appunto un titolo che appartiene alla generazione passata, ma mettiamo le mani avanti perché questo non è affatto un male, anzi. L’accoppiata tra il titolo e la console è quantomeno azzeccata in quanto si riescono a mantenere quasi sempre costanti i 60 fps, anche nelle fasi più concitate. Abbiamo notato qualche perdita di frame negli spostamenti tra un’area e un’altra, è vero, o anche nelle fasi conclusive della storia, ma nulla che va a rovinare l’esperienza.
Allo stesso modo, la risoluzione è solida sui 720p, facendo un upscale a 1080p in modalità dock probabilmente grazie alla magia del DLSS, che già si è rivelato miracoloso con Resident Evil Requiem. Di base, l’immagine risulta sempre estremamente pulita e in pochissime situazioni rivela difetti o imperfezioni sebbene sia vero che è anche l’ambientazione generale a permettere al porting di brillare. La casa dei Baker presenta spazi molto ristretti e claustrofobia, con pochi modelli ed effetti da elaborare, e quindi meno gravosa sull’hardware della Grande N.
Piccoli miglioramenti rispetto alle versioni PS4 e Xbox One, che avvicinano il porting di Resident Evil 7 più all’attuale generazione, possono essere ritrovati appunto sulle capacità del DLSS che lavora benissimo sulla pulizia dell’immagine andando a smussare le imprecisioni di rami, fogliame e la melma che nasconde i mostri del gioco, eliminando quasi completamente ogni forma di aliasing.
Piccole ed evitabili imperfezioni
Ottima anche l’occlusione ambientale, che in questo caso appare più curata rispetto alla precedente generazione e, in alcuni casi, permette di apprezzare di più gli ambienti cupi della residenza dei Baker.
A questo punto, tuttavia, è doveroso puntare sull’unico aspetto della resa visiva che non ci ha convinti, ovvero il modo in cui gli sviluppatori hanno deciso di mantenere alzata l’asticella dell’aberrazione cromatica che in alcune situazioni in particolare si è rivelata più fastidiosa di quanto ricordavamo. Questa scelta, per alcuni utenti, finisce per sporcare l’impianto visivo – seppur di poco – e disturbare il gameplay, per quanto sappiamo di star parlando di un dettaglio che molti potrebbero anche sorvolare completamente.
Se c’è qualcosa su cui il DLSS non è riuscito a lavorare correttamente sono però i riflessi screen-space che rendono alcuni effetti decisamente meno credibili. Nulla di particolarmente grave, specialmente perché il gioco riesce a evitare queste situazioni, ma in alcuni ambienti un occhio più attento può notare l’imperfezione dei riflessi e far crollare il castello di carte dai lineamenti perfetti messo su proprio dal DLSS.
Nel complesso, tuttavia, ci teniamo a specificare che il porting di Resident Evil 7 su Switch 2 mette alla luce la bravura del team di sviluppo nell’effettuare questo tipo di conversioni, ma fa anche emergere le capacità tecniche della console. Crediamo che il risultato finale, da un punto di vista sia di FPS, che di risoluzione e pulizia generale dell’immagine sia decisamente ottimo, tanto da renderlo un must-have per chi non ha ancora avuto modo di giocarlo o magari per provare i DLC inclusi nella Gold Edition.
Chiusa la grande e doverosa parentesi sull’impianto tecnico, ne apriamo un’altra che è più relativa all’esperienza d’uso con Switch 2. Precedentemente, abbiamo elogiato la capacità di opere – come Dragon Ball Sparking Zero – di trarre vantaggio delle funzioni peculiari della console per offrire esperienze inedite. Che sia tramite il touch screen, con il giroscopio o con i controlli stile mouse, siamo dell’idea che l’utilizzo di una di queste funzioni potrebbe davvero cambiare le carte in tavola quando si parla di un porting per Switch, com’è sempre stato.
Basta poco per fare di più
Purtroppo, constatiamo che non sono state fatte aggiunte in tal senso: non sono presenti controlli di movimento per prendere la mira così come purtroppo non viene sfruttato il mouse dei Joy-Con, che in fasi più action ci avrebbe davvero fatto comodo alleggerendo il sistema di combattimento. Neanche il touch screen viene sfruttato, che sia per gestire l’inventario, ispezionare gli oggetti o magari per qualche enigma sparso.

Se può sembrare qualche dettaglio da poco, basti pensare che abbiamo trovato molto comoda la possibilità di modificare i controlli dei Joy-Con per scattare e abbassarci premendo SL ed SR invece delle levette analogiche, migliorando di molto i comandi nel nostro caso. Parliamo di possibilità che potrebbero davvero cambiare il modo di giocare e che speriamo tutti gli sviluppatori li considerino durante lo sviluppo.
Tutto sommato, però, ribadiamo che quello che abbiamo provato è un porting realizzato davvero ad arte e che alza le nostre aspettative per tutti i futuri in arrivo e, chissà, magari anche per i successivi titoli della serie che non sono ancora approdati su Nintendo Switch 2.




