Di Pathologic 3 si è parlato a lungo prima ancora che qualcuno potesse davvero metterci le mani sopra, e non solo perché il nome che porta con sé pesa parecchio. Ice-Pick Lodge, nel corso degli anni, si è costruita una reputazione particolare, fatta di opere ostiche, spesso respingenti, che non cercano mai di piacere a tutti. Il terzo capitolo della serie arriva dopo un secondo episodio che aveva già riletto e ristrutturato il Pathologic originale, e lo fa con l’idea specifica di tornare al cuore dell’esperienza, concentrandosi su un singolo punto di vista e su una narrazione ancora più chirurgica (è quasi il caso di dirlo ndr). Il risultato è un gioco che divide, come da tradizione, ma che riesce comunque a dire qualcosa di nuovo, anche a chi conosce fin troppo bene questa città malata. Parliamone più nel dettaglio nella nostra recensione di Pathologic 3.
Trama e contesto
Pathologic 3 mette il giocatore nei panni del Bachelor, Daniil Dankovsky, personaggio già noto a chi ha affrontato il primo Pathologic e, in forma diversa, Pathologic 2. La scelta di focalizzarsi su di lui non è casuale: il Bachelor rappresenta la razionalità, la scienza, l’arroganza dell’intelletto che crede di poter spiegare tutto. La città colpita dalla piaga è quasi essa stessa un organismo che respinge ogni tentativo di essere compreso fino in fondo.
Non entreremo come di consueto nei dettagli della narrazione, per evitare spoiler a coloro che giocheranno, ma sappiate che la trama ruota ancora una volta attorno all’epidemia, solo che il modo in cui viene raccontata cambia sensibilmente. Non si tratta di “salvare” la città nel senso classico del termine, quanto più di osservarla, analizzarla, sezionarla. I collegamenti con i capitoli precedenti sono evidenti, sia nei personaggi sia nei temi, ma Pathologic 3 sceglie una strada più diretta, quasi più fredda, che rispecchia perfettamente il protagonista. Chi arriva da Pathologic 2 noterà subito come l’approccio narrativo sia meno dispersivo e più focalizzato, anche se questo comporta una perdita di quella coralità che caratterizzava le altre incarnazioni della serie.
Ancora una volta, il gameplay “odi et amo”
Dal punto di vista ludico, Pathologic 3 continua a muoversi su binari che non cercano compromessi, e sottolineerei “nel bene e nel male”. Il tempo è una risorsa tiranna, ogni decisione ha conseguenze, e il gioco non fa nulla per nasconderle o addolcirle. Le giornate scorrono, gli eventi si accavallano, e il giocatore è costantemente messo davanti a scelte che non prevedono una soluzione “giusta”, ma quelle che lì per lì giudicherete moralmente migliori, o “il male minore”.
Rispetto a Pathologic 2, il sistema di sopravvivenza è stato alleggerito in alcune sue parti, rendendo l’esperienza meno punitiva sul piano puramente meccanico. Fame, stanchezza e salute restano elementi centrali, ma sembrano più funzionali al racconto che a una volontà di esasperazione fine a se stessa. Questo rende il gioco un po’ più leggibile, ma per alcuni potrebbe anche smussarne gli spigoli. Molto interessante, e soprattutto fondamentale da gestire, è l’aspetto legato alle nostre emozioni, che ci manterrà sempre in bilico.
L’interazione con gli NPC resta uno degli aspetti più riusciti, ma allo stesso tempo più controversi: dialoghi densi, spesso criptici, che richiedono attenzione e una certa predisposizione all’ascolto. Non tutto viene spiegato, e molte informazioni vanno ricostruite mettendo insieme frammenti sparsi. È un tipo di gameplay che chiede tempo e pazienza, e che non perdona chi prova a giocare Pathologic 3 come se fosse un’avventura narrativa tradizionale. In questo caso, parlando del nostro caso specifico, dobbiamo lamentare purtroppo la mancanza della lingua italiana: non solo ci sarà parecchio da leggere, ma viene usato un tipo di scrittura non troppo semplice o diretto, e quindi potrebbe rendere il titolo particolarmente indigesto a molti giocatori.
Le particolarità dell’esperienza
Tornando al gioco in sé, ciò che distingue davvero Pathologic 3 è il suo modo di trattare il concetto di fallimento. Qui sbagliare non significa semplicemente ricaricare un salvataggio precedente, ma convivere con le conseguenze delle proprie azioni. Il gioco registra le scelte, le lascia sedimentare, e costruisce attorno a esse una narrazione che spesso mette a disagio. Ogni segmento del gioco sembra pensato come un capitolo autonomo, con un suo arco tematico ben definito, un approccio aiuta a mantenere alta la concentrazione, ma che d’altra parte spezza anche quella sensazione di flusso continuo che aveva reso Pathologic 2 così opprimente.
Un altro elemento che ha fatto discutere i giocatori dopo l’uscita del gioco è stata la maggiore centralità del Bachelor come figura quasi “osservante”. Il giocatore si sente meno parte integrante della città e più un corpo estraneo che la studia. È una scelta coerente con il personaggio, ma che cambia radicalmente il rapporto emotivo con ciò che accade sullo schermo.
Dal punto di vista tecnico, Pathologic 3 si presenta in una forma più solida rispetto ai predecessori, pur senza raggiungere standard elevati. L’engine regge meglio le situazioni più complesse, e i problemi di performance sembrano meno frequenti rispetto al passato, anche se non del tutto assenti. La direzione artistica resta uno dei punti di forza dello studio, con la città che è ancora una volta un luogo disturbante, fatta di spazi vuoti, architetture ostili e colori spenti. Non c’è alcuna ricerca del “bello” in senso tradizionale, ma una coerenza estetica che contribuisce a rendere il mondo di gioco credibile nella sua decadenza. Le animazioni restano rigide, quasi teatrali, ma anche questo sembra ormai parte integrante dell’identità della serie.
Tirando le somme, ribadiamo che Pathologic 3 non fa nulla per venire incontro al giocatore medio, e anzi sembra quasi volerlo mettere alla prova sul piano della resistenza emotiva. È senza dubbio un’arma a doppio taglio, che rimette il gioco sullo scaffale dedicato a quelli che richiedono dedizione, attenzione, e una certa tolleranza alla frustrazione. Allo stesso tempo, però, offre momenti di grande lucidità autoriale, in cui temi come il controllo, la responsabilità e il limite della conoscenza emergono con forza.


