Dopo un primo capitolo che aveva diviso pubblico e critica, Code Vein II torna a farsi mordere dal tempo, letteralmente. Bandai Namco prova a rilanciare la sua declinazione anime dei soulslike spingendo su viaggi temporali, narrativa più ambiziosa e un sistema di combattimento rifinito. Il risultato è un sequel che alza l’asticella sul piano delle idee, ma che inciampa spesso sulla loro realizzazione, lasciando la sensazione di un’occasione solo parzialmente colta.
Tra passato, futuro e vecchie cicatrici
Il mondo di Code Vein II riparte dalle macerie, fisiche e narrative, lasciate dal primo capitolo: se allora tutto ruotava attorno al Miasma, alla sete di sangue e alla tragedia dei Redivivi nati dal cataclisma, qui la minaccia assume contorni ancora più cosmici.
La comparsa della Luna Rapacis segna un punto di non ritorno: i Redivivi perdono definitivamente il controllo e si trasformano in Orrori, creature prive di volontà e memoria. Nei panni di un cacciatore di redivivi, il protagonista intraprende un viaggio che intreccia presente e passato grazie a Lou, misteriosa ragazza capace di manipolare il tempo. È proprio questo elemento a fungere da ponte con il primo Code Vein: i temi del ricordo, dell’identità e della colpa tornano centrali, ma filtrati attraverso la possibilità di intervenire sugli eventi, alterando il destino di personaggi chiave già condannati nella linea temporale originale.
Sulla carta è una premessa potente, che dialoga apertamente con l’eredità di Cruz Silva, dei Codici Sanguigni e delle tragedie personali dei Redivivi. Nella pratica, però, la narrazione fatica a trovare ritmo e coerenza. I salti temporali sono più utili al gameplay che incisivi sul piano emotivo, e molti snodi narrativi vengono risolti in modo affrettato, smorzando l’impatto di rivelazioni che avrebbero meritato ben altro peso.
Stendiamo poi un velo pietoso sui dialoghi: melensi e lenti, capaci di farci scendere la noia fin dalle prime battute. Minuti su minuti di spiegoni pazzeschi, dove oggettivamente rischiavamo di addormentarci sul divano ma che, da bravi Redivivi, abbiamo affrontato al meglio. Avremmo oggettivamente preferito una narrazione basata più sulla scoperta, sulla ricerca di informazioni nel passato, invece di infiniti dialoghi, con personaggi dai discutibili cambiamenti somatici.
Gameplay e sistema di combattimento
Controller alla mano, si parte con la creazione del personaggio: profonda ma in un certo senso snellita rispetto quella infinita del primo capitolo. Qui ci sono due scuole di pensiero: o siete quel genere di giocatore che perde 4 ore nel creare un protagonista nei minimi dettagli (e spulciando a dovere è di fatto possibile), oppure non ve ne può fregare di meno e partite con il personaggio preimpostato. Scelte di gioco che ci condizioneranno fino a un certo punto, ma anche l’occhio vuole la sua parte.
Code Vein II resta saldamente ancorato alle fondamenta del primo capitolo. Esplorazione di ambienti post-apocalittici, dungeon intricati, scorciatoie da sbloccare e boss fight pensate per mettere alla prova riflessi e pazienza del giocatore. Il sistema di combattimento ruota ancora una volta attorno alla gestione del sangue, risorsa chiave per attivare abilità e potenziamenti. Prosciugare i nemici diventa un atto strategico, non solo offensivo, e il nuovo sistema di battaglia promette maggiore libertà nella personalizzazione di armi e skill. In effetti, le possibilità di build sono numerose e permettono di adattare lo stile di gioco a approcci più aggressivi o più tattici.
Sebbene, va detto, dovrete fare amicizia con un sistema di menù di gioco volutamente complesso, ricco di dettagli estetici che ricordano una cattedrale barocca: linee e dettagli ricchi di colore confondono e danno a tratti fastidio in un primo approccio. Questa cosa proprio non ci è andata giù, tanto che aprivamo il menù il meno possibile, onde evitare di perderci in quel labirinto.
Pad alla mano, molte delle novità sanno di già visto: le animazioni restano legnose, il feedback dei colpi non sempre convincente e il bilanciamento oscilla pericolosamente tra scontri frustranti e altri eccessivamente permissivi, soprattutto in compagnia degli alleati IA. I compagni, dotati di abilità uniche e legami narrativi più approfonditi, finiscono spesso per togliere tensione agli scontri invece di arricchirli, trasformando alcune battaglie chiave in esercizi di resistenza più che di abilità.
Va anche detto che il frame rate non sarà vostro amico: per quanto riguarda la nostra recensione, svoltasi con la versione PlayStation 5, abbiamo notato bruschi cali di frame, fastidiosissimi nelle sezioni di gioco più concitate. La progressione del personaggio riprende il concetto dei Codici Sanguigni, ampliandolo con nuove sinergie, e ramificazioni. Cambiare “classe” resta immediato e stimolante, e la possibilità di sperimentare senza penalità è uno degli aspetti più riusciti dell’intera produzione. Tuttavia, anche qui emerge una certa ridondanza: molte abilità si differenziano più per numeri che per reale impatto sul gameplay, e la sensazione di crescita si appiattisce nelle fasi avanzate dell’avventura. Il sistema funziona, ma raramente sorprende, limitandosi a perfezionare una formula già nota invece di evolverla davvero.
Vampiri in preda al torpore
Code Vein II è un gioco che vuole dire molto, ma che spesso si perde nel rumore delle proprie ambizioni: racconta di destino, sacrificio e redenzione, ma lo fa con una scrittura altalenante e una messa in scena che non riesce a coinvolgere pienamente. Giocarlo non è un supplizio, sia chiaro, ma non è un’esperienza memorabile che un sequel dovrebbe permettere, considerato il successo del primo capitolo, che si differenziava dai classici soulslike per degli stilemi peculiari che hanno emozionato (a modo loro) critica e pubblico.
Resta la sensazione di trovarsi davanti a un titolo che guarda troppo nello specchietto retrovisore, incapace di tagliare davvero il cordone con il primo capitolo. Code Vein II è più grande, più lungo e teoricamente più profondo, ma anche più stanco, come un Redivivo che continua a camminare per inerzia, dimenticandosi perché lo sta facendo. Un “more of the same” che purtroppo però non convince. Il gioco è consigliato a che vuole darsi in pasto l’ennesimo soulslike ma più blando, indubbiamente meno tecnico delle produzioni Bandai Namco che vincono Game of the Years come fossero caramelle.



