Wake Up Dead Man: Knives Out Recensione, oscillare tra il sacro e il profano

Ecco la nostra recensione di Wake Up Dead Man: Knives Out, il nuovo capitolo che riporta Daniel Craig nei panni dell'investigatore Benoit Blanc.

Noemi Grilli
Di
- Contributor
RecensioniWake Up Dead Man: Knives Out
Lettura da 8 minuti

Punti Chiave

  • Wake Up Dead Man: Knives Out è il terzo capitolo della saga che vede ancora una volta Daniel Craig nei panni dell'investigatore Holmesiano Benoit Blanc, solitario e intuitivo, chiamato a risolvere uno dei consueti casi impossibili dal retrogusto amabilmente Poirotiano.
7 Buono
Wake Up Dead Man: Knives Out

Wake Up Dead Man: Knives Out è il terzo capitolo della saga che vede ancora una volta Daniel Craig nei panni dell’investigatore holmesiano Benoit Blanc, solitario e intuitivo, chiamato a risolvere uno dei consueti casi impossibili dal retrogusto amabilmente hoirotiano.

Questa volta il nostro eroe si trova alle prese con un omicidio, accaduto stavolta all’interno di una chiesetta di un piccolo paesino, al di fuori dal mondo conosciuto. Come nel più classico dei gialli alla Agatha Christie, Blanc dovrà risolvere il mistero analizzando la ristretta cerchia di sospettati e cercando di ricostruire le dinamiche, la modalità e i possibili moventi. Come nei precedenti capitoli, sarà chiamato a confermare o scagionare il principale sospettato dell’assassinio, in questo caso il giovane prete Jud Duplenticy (Josh O’Connor), giovane dal passato burrascoso e con qualche scheletro nell’armadio, ora devoto a Cristo e alla Chiesa.

Inviato lì a seguito di un evento che lo ha costretto all’allontanamento e con l’arduo compito di riportare fedeli alla piccola comunità religiosa, il prete Jud verrà fortemente ostacolato dalla supervisione del controverso Monsignor Jefferson Wicks (un agguerrito Josh Brolin) e dalla sua cerchia ristrettissima e fedelissima di adepti che sembrano venerarlo come un leader, supportandolo nei suoi metodi poco ortodossi e pendendo dalle sue labbra. Prima fra tutte la morigerata Martha (una strepitosa – come sempre – Glenn Close), governante e tuttofare, custode di ogni segreto appartenente a questa misteriosa chiesa, e il fedele giardiniere, Samson Holt (Thomas Haden Church), taciturno ma che tutto osserva.

L’aspetto ideologico fulcro della struttura tematica

Di certo, uno degli elementi interessanti è la dimensione più apertamente politica del racconto, che tenta di affrontare e articolare una critica nei confronti di ideologie e leader dispotici – che vivono polarizzando idee e ipnotizzando proseliti con le loro capacità oratorie, il più delle volte facendo leva su personalità fragili e spezzate dalla vita (e ai limiti della dittatura, utilizzando una cifra squisitamente black humor e che, a tratti, sfocia nel blasfemo). La volontà sembra essere quella di divertire facendo riflettere, tracciando così una linea retta e netta fra il passato immaginifico del racconto e la contemporaneità conosciuta da tutti.

L’aspetto ideologico è un file rouge che attraversa la trilogia e qui è presente come mai nei capitoli precedenti: temi come il patriarcato, la religione come dittatura, la lotta femminista, fanno da contrappunto a un prodotto che vuole essere leggero e di intrattenimento ma che sotto sotto vuole attraversare riflessioni di un certo spessore, che a tratti però rischiano di appesantire il tutto.

L’intenzione è evidentemente quella di attivare riflessioni su quanto le persone possano effettivamente vivere seguendo rigidi dogmi ormai superati, costrittivi e contrari alla libertà personale, senza lasciare spazi a liberi arbitri né all’autodeterminazione. C’è poi l’aspetto più propriamente morale: l’eterna lotta tra la razionalità, incarnata qui dalla figura del nostro investigatore, e quello della spiritualità che, tramite la figura del giovane viceparroco, assume i connotati di un vero cambiamento, della volontà di portare una ventata di nuove visioni quali religione e fede sinonimi di amore, altruismo, valori sani e principi salvifici da seguire.

Una scrittura brillante

La scrittura brillante di Rian Johnson – anche regista del film – emerge già nella modalità dell’assassinio: la vittima, infatti, verrà uccisa e morirà praticamente sotto gli occhi increduli di tutti, durante l’importante funzione del giovedì santo. Le persone presenti, ovviamente, non riusciranno a comprenderne le modalità, così come sarà impossibile ad un primo sguardo risalire all’arma del delitto e comprenderne il movente (e ovviamente tutti ne avranno uno potenzialmente valido). Ci troviamo di fronte a quello che può essere chiamato “il delitto perfetto“, pane per i denti del nostro investigatore (e per gli amanti del genere! ). La genialità risiede anche e soprattutto nelle soluzioni che verranno attuate dai personaggi a seguito dell’accaduto e il progressivo svelamento dei dettagli importanti rivela un certo divertimento da parte del regista nell’accompagnarci verso l’epilogo. Inoltre, il mistero che aleggia sulla piccola chiesetta e le sue origini ci incuriosisce e spinge ad andare avanti, a sciogliere i nodi e a comprendere quello che non possiamo spiegarci, lasciandoci immedesimare con il nostro Blanc/Poirot.

Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery è una riflessione su fede e religione, nonché il capitolo migliore della trilogia | Wired Italia

Un cast che traina l’intero film

Ma la vera punta di diamante di tutto il film è senza ombra di dubbio il cast: una carrellata di star di un certo calibro diretta impeccabilmente, quali Glenn Close, Josh Brolin, lo stesso Daniel Craig, ma anche il giovane Josh O’Connor  – già apprezzato in La Chimera e altri prodotti di un certo spessore – Jeremy Renner e Andrew Scott (quasi destinato ad interpretare ruoli che abbiano a che fare con la chiesa).

I personaggi che questi attori ci restituiscono vogliono essere eccessivi, a tratti grotteschi, sempre ai limiti della nevrosi, sull’orlo di una crisi, tutta la confusione deriva proprio da questo: personalità imprevedibili, incomprensibili e, date le circostanze, anche molto omertose. Ovviamente, questo non fa che rendere le cose più interessanti, date le circostanze e il genere privo di vero e proprio movimento. Cast che però sembra essere salvezza e condanna dell’intero prodotto: lo star system che c’è dietro e sul quale si sorregge, rischia infatti di rovinare tutto: non è difficile per un occhio attento svelare subito il mistero, sciogliere il giallo e beccare il colpevole.

La storia infatti, nonostante si regga sulla bravura del cast e sulle soluzioni divertenti e a tratti congeniali, a volte incespica sui suoi stessi passi: ne risente così il ritmo che non sempre riesce a trattenere la stessa intensità e mantenere la stessa tensione, restituendoci momenti di rilassatezza che sarebbero potuti non esistere. Inoltre, spesse volte si ha la sensazione di avere momenti di vuoto, di sospensione non strettamente necessaria e che rischiano di togliere colore e spessore a quello che invece vuole essere un film dalla buona base tematica.

Il giallo alla Poirot vivrà per sempre

Senza ombra di dubbio la saga vuole restituire non soltanto il gusto del famosissimo e amato giallo da camera, ma anche una struttura tematica di un certo rilievo, attraversando in ognuno del tre film temi interessanti e dallo spirito sociale e politico. Famiglia, ricchezza e in questo caso religione, qui si condensano sciorinando una quantità di personaggi provenienti ognuno da un background a sé stante e riuniti sotto il tetto di una chiesa che non li accoglie come dovrebbe ma che li tiene legati – e rapiti – a sé. Positiva e bella la voglia di rispolverare il gusto atavico e antico del giallo British alla Sherlock Holmes e dei romanzi di Agatha Christie che, a quanto pare, sono destinati ad avere vita lunga e tanto ancora da dare ai posteri.

Wake Up Dead Man: Knives Out
Buono 7
Voto 7
Condividi l'articolo