James Vanderbilt è al suo quattordicesimo lavoro per il grande schermo, con una carriera arricchita anche da lavori televisivi, sceneggiature e produzioni varie, prendendosi la responsabilità di portare al grande e comune pubblico in visione uno degli eventi storici più importanti del ventesimo secolo. Evento che ha seguito la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma che ha anche letteralmente scritto la nuova storia del diritto internazionale (come anche menzionato poco prima dei titoli di coda del film): il Processo di Norimberga. In questo caso, Vanderbilt dirige, scrive la sceneggiatura e co-produce la pellicola basandosi sul romanzo Il nazista e lo Psichiatra, di Jack El-Hai. Il film, girato nel 2024, è stato presentato al Toronto International Film Festival e, naturalmente, nella versione italiana vede la presenza di Luca Ward a dare la storica voce del protagonista Russell Crowe, di cui ricordiamo a memoria le frasi celebri dell’ormai lontano Il Gladiatore.
Il primo vero e proprio tribunale internazionale
La storia si apre il 7 maggio 1945. È il giorno precedente della storica resa nazista agli alleati. Ormai la Germania di Hitler sta capitolando, il Governo e l’esercito stanno capitolando, e il secondo in comando di Hitler, Hermann Goring (interpretato, per l’appunto, da Russell Crowe), si consegna agli alleati in Austria direttamente alle truppe statunitensi ed insieme alla sua famiglia. La resa è assolutamente inaspettata visto quello che nel frattempo sta succedendo negli alti ranghi del comando nazista, e il Giudice Robert Jackson, nonostante la riluttanza della sua segretaria Elsie Douglas, ma forte del sostengo dello Stato Pontificio tramite Papa Pio XII, istituisce un tribunale internazionale per accusare pubblicamente i vertici nazisti ancora in vita di crimini di guerra.
Il tribunale, che ha luogo nella celebre Norimberga, città bombardata appena liberata, non ha precedenti della storia, e cattura l’attenzione di tutto il mondo. Esso sarà composto da giudici di più nazionalità ad ulteriore garanzia di imparzialità ed efficienza in rappresentanza delle quattro forza alleate vincitrici della guerra: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Unione Sovietica. Il neo-tribunale, oltre ad avere un enorme seguito mediatico ed ospitare radio e televisione, vede anche la nomina di numerosi professionisti e consulenti perché non si trascuri nessun aspetto che debba essere trattato. In questo senso, fondamentale sarà la figura dello psichiatra dell’esercito americano Douglas Kelley, interpretato da Rami Malek (Freddy Mercury in Bohemian Rhapsody, ma anche il protagonistica di Mr. Robot, che lo ha lanciato definitivamente). Egli, insieme all’interprete Howard Triest, dovrà valutare lo stato psichico dei ventidue leader nazisti sotto processo e, soprattutto, impedire che commettano suicidio prima di essere processati ed eventualmente incriminati.
Un racconto polivalente
Il racconto del film verte principalmente proprio sulla figura dello psichiatra, che svolge una moltitudine di funzioni nell’ottica del funzionamento della trama. In un clima di tensivo scandito dal tempo che passa con la preparazione del tribunale, che viene costruito in una settimana circa all’interno di un edificio parzialmente bombardato, Douglas inizia la sua attività intervistando ed analizzando tutti i ventidue leader con vero entusiasmo e curiosità, approcciando al lavoro in maniera scientifica sì, ma anche umana e, naturalmente, non senza problemi o difficoltà impreviste.
Come ci si poteva aspettare, la sua attenzione va principalmente al protagonista Hermann Goring, che si presenta e viene presentato come imbattibile, capace di manipolare qualsiasi interlocutore e, magari, anche di sfuggire indenne alla giustizia nonostante la sua altissima posizione nei ranghi della Germania Nazista. Douglas al tempo stesso, grazie al suo grande spirito di osservazione, intelligenza ed alla capacità di farsi amare e rispettare, funge anche da nodo di collegamento tra l’esercito, i giudici ed i nazisti stessi. Solo lui può osservarli da un punto di vista così intimo e solo lui può contemporaneamente apprendere quali siano le intenzioni di giudici e media. Douglas si avvicina a tal punto al nemico nazista arrivando a fare da ponte tra lui e la famiglia, ormai separata, diventandone amico e confidente. Così vicino, quasi trasformarlo in un non più nemico, fino a dover fare i conti col processo vero e proprio, che ha il suo culmine con la proiezione delle immagini registrate presso i Campi di concentramento capaci di colpire tutti i presenti, con il dibattito che si concentra maggiormente su quello, sulla consapevolezza o meno di Goring e degli altri di ciò che stava succedendo in essi, fino alla necessità di un intervento molto diretto delle informazioni che sono uno psichiatra avrebbe potuto raccogliere.

Punti forti e punti deboli di Norimberga
Il lungometraggio si pone sì come storico e drammatico, ma al tempo stesso costruisce una storia dualistica che avvicina dal punto di vista umano ed emotivo psichiatra e paziente e successivamente li allontana tramite il processo. Molto del dramma della pellicola si basa solo sulle figure dei due protagonisti. In questo, Russell Crowe offre una performance fantastica e memorabile, capace al tempo stesso sia di “reggere il confronto”, se necessario, con la sua figura originale, sia di prendersi la concentrazione del pubblico in sala, non più abituato a sostare così tanto tempo per qualsiasi tipo di materiale che sia storico e, quindi, non leggero da più punti di vista.
La controparte invece, impersonata da Rami Malek, trova invece uno spazio diverso e incerto che non permette di esprimere alla stessa maniera le doti recitative e rimane forse un po’ ambigua così come il personaggio originale. Allo stesso modo, nell’economia del film trovano poco spazio alcuni personaggi secondari che non vengono approfonditi abbastanza per comprendere in pieno come potesse venire intavolato questo primo tribunale internazionale. Sarebbe stato più interessante conoscere meglio questi meccanismi dei “dietro le quinte”. Comunque, il prodotto e la qualità non mancano.
La regia è giusta, senza maestrie particolari, di pari passo con la fotografia. Interessante, ma forse non del tutto convincente la quasi assenza della musica, che si propone in natura episodica, saltuariamente, solamente a sottolineare alcuni passaggi. In questo caso, per dare più spessore, ritmo, ma anche a volte mantenere viva l’attenzione, sarebbe stato necessario, o comunque da provare, un tappeto quasi convinto a mo’ dei film di Nolan, musicati quasi per il totale del loro minutaggio. Insomma, un buon film, non eccellente, la cui parte più interessante rimane però quella reale, all’interno del processo e agli orrori dei campi di concentramento e delle reazioni che essi provocano al pubblico.
