Prima ancora di essere un film, Marty Supreme è stato un evento mediatico: trailer studiati al millimetro, interviste mirate, presenza costante sui social e quell’aura da “evento imperdibile” hanno contribuito a creare aspettative molto alte, ancor prima dell’uscita del lungometraggio. È innegabile che il marketing posto alla base del prodotto sia stato imponente e onnipresente. Quando un progetto viene spinto così tanto, il rischio che l’attesa superi il risultato finale è dietro l’angolo. Siamo entrati in sala con la sensazione di guardare un qualcosa destinato a lasciare il segno, qualcosa di epocale. Ma in definitiva, Marty Supreme è riuscito a far breccia nei nostri cuori?
Tra realtà e ambizione
Ambientato in una vivace New York degli anni ’50, dove tutto sembra essere possibile se solo lo si desidera, Marty Supreme racconta la storia di Marty Mauser, un giovane venditore di scarpe nel negozio di suo zio che, con non poca fatica, cerca di trovare il suo posto nel mondo. Marty ha un sogno, quello di essere il migliore nello sport che più lo ossessiona: il ping pong. Così, di giorno, cerca di racimolare più denaro possibile, anche mettendo in pratica diverse truffe, perché quando si sogna la grandezza il fine giustifica i mezzi; mentre nel tempo libero, si allena duramente per lo sport che sembra essere la sua unica ragione di vita. In una New York estremamente eterogenea, segnata dall’ascesa della Beat Generation e dal teatro musicale a Broadway, un ragazzo eccentrico mostra al mondo cosa è disposto a fare per la gloria. Il film mostra come il desiderio di emergere si scontri con una realtà complessa.
Sicuramente tra gli aspetti più riusciti c’è l’interpretazione di Timothée Chalamet. Marty, infatti, viene incarnato con una naturalezza disarmante: l’attore sembra quasi interpretare sé stesso, tanto risulta credibile nei gesti e nelle risposte piccate che spesso rivolge agli altri personaggi. Non c’è mai la sensazione di artificio o di recitazione forzata; al contrario, ogni emozione che traspare, appare vissuta e interiorizzata dal protagonista.
Anche per questo motivo il prodotto funziona, perché è cucito addosso a Marty che riesce, senza sforzo, a condurre il “ballo”. C’è però l’altra faccia della medaglia: un personaggio così volutamente ambizioso rischia di degenerare nell’egocentrismo e tende a oscurare gli altri, a cui inevitabilmente non viene dato il giusto spazio e caratterizzazione. Nonostante questo, una menzione speciale va a Tyler, The Creator – Wally, il compagno di “giochi” del protagonista – che pur non essendo del settore, riesce a gestire il ruolo con sorprendente sicurezza.
If I can make it there, I’ll make it anywhere
Anche l’ambientazione ha il suo perché in Marty Supreme: scenografie e costumi lavorano in sinergia per restituire un’epoca vibrante e viva, è la New York in cui il “sogno americano” inizia a prendere forma. Ma l’America che viene rappresentata è quella vera, non è idealizzata, è mostrata in tutta la sua complessità, dove si mischiano promesse e disillusioni. A contribuire alla rappresentazione fedele della Big Apple dei primi anni ’50 ci sono un ritmo e una regia frenetici, che funzionano e che riescono in un certo senso a smussare la lunga durata del film, anche avvalendosi di scene comiche. In un periodo storico raccontato spesso come l’alba delle infinite possibilità, Marty Supreme mostra l’altro lato della medaglia, quello delle occasioni mancate e delle promesse non mantenute, che ci evidenzia quanto sia difficile per un ragazzo “figlio di nessuno” farsi strada.
Quello che ci ha colpito di più è stato il sottile senso di frustrazione che il film è riuscito a trasmettere. Guardando Marty Supreme, infatti, si ha la sensazione di trovarsi davanti a un personaggio che corre costantemente verso qualcosa che sembra essere sempre a un passo di distanza, un obiettivo irraggiungibile. Ci mostra che non tutto dipende dall’impegno e dal talento, non parliamo di equazioni matematiche, non c’è un risultato univoco. Anche nel momento storico in cui nasce il mito del “se vuoi, puoi”, esistono limiti difficili da superare e forse la cosa migliore che a volte possiamo fare è quella di accettare il naturale corso degli eventi.
In definitiva, Marty Supreme è sicuramente un buon prodotto: buona regia, ottima colonna sonora, è un film che sa intrattenere e divertire. Nonostante non possa essere considerato, a nostro avviso, un prodotto epocale, è sicuramente una pellicola da recuperare.

