Quello che, a prima facie, potrebbe sembrare un semplice racconto sull’ascesa del drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare si rivela un’opera dalla delicatezza disarmante, capace di indagare l’animo umano, di scavare nelle sue parti più profonde e personali: Hamnet è un film che tocca delle corde intime e lascia sicuramente spazio a importanti riflessioni.
Una storia d’amore e di perdita
La narrazione si apre in un’Inghilterra rurale dove William Shakespeare – Paul Mescal – vive con moglie e figli, diviso tra la necessità di provvedere alla famiglia e il desiderio di affermarsi come autore teatrale. La sua ascesa professionale, costellata di continue partenze, assenze e primi riconoscimenti, fa tuttavia da sfondo a una quotidianità fatta di piccole cose, scandita dai ritmi della natura e della vita domestica. La moglie Agnes Hathaway, interpretata da una meravigliosa Jessie Bukley, è invece profondamente radicata nel territorio in cui vive, legata in modo viscerale ai figli, alla casa e all’ambiente che li circonda. È lei il vero centro emotivo del racconto: una donna sensibile, intuitiva e capace di comprendere il non detto, tanto da essere paragonata a una strega. Il rapporto tra i coniugi è fatto di amore, ma il film si concentra anche sulle incomprensioni silenziose della coppia, amplificate dalla distanza che spesso si insinua tra i due, rendendo il tutto più umano e condivisibile.
C’è però un evento che fa da spartiacque, dove tutto cambia: il tono diventa più cupo e serio e il film segue una direzione diversa, si concentra sul dolore e su come i due protagonisti affrontino la perdita in modo differente; c’è chi si rifugia nel lavoro assumendo un ruolo distaccato e chi invece lo vive in modo più diretto, rimanendo ancorato ai luoghi e ai ricordi. Non si tratta mai di un dolore dirompente, di un’esplosione improvvisa, viene mostrato come un’onda lenta e persistente che si insinua nella vita dei personaggi modificando tutto: il modo di guardarsi, di parlare o di non parlare più.
Essere o non essere?
Hamnet ci mostra uno Shakespeare diverso da quello che abbiamo studiato sui libri di scuola, ci mostra un uomo con tutte le sue fragilità, a tratti incapace di esprimere fino in fondo ciò che prova. Paul Mescal lavora quindi per “sfumature”, con la sua interpretazione misurata e trattenuta riesce a costruire un personaggio che vive di esitazioni e nell’incessante senso di colpa. Jessie Buckley, invece, riesce ad imprimere al film una forza emotiva incredibile: ogni suo movimento o respiro sembra essere attraversato da una ferita che non si rimargina mai, è lo specchio del dolore nella sua forma più onesta, privo di qualsiasi romanticizzazione.
Già dalle prime scene è chiaro il ritmo che contrassegna il film: lento e contemplativo che, oltre a darci il tempo necessario per godere dell’ambientazione, ci permette di elaborare emozioni.
Anche la fotografia gioca un ruolo cruciale in questo senso: c’è una costante presenza di verde, di alberi e natura che inglobano i personaggi e che diventano testimoni silenziosi del loro dolore, quasi a sottolineare la grande contraddizione tra la ciclicità della natura e l’irrevocabilità della perdita umana. La natura però non consola, non giudica, continua a esistere, indifferente di ciò che accade, diventando una sorta di controparte narrativa, uno specchio silenzioso del dolore dei protagonisti.
Il culmine di questo susseguirsi di emozioni è sicuramente nella scena finale, che è potentissima. Il film prende per mano i personaggi e li accompagna in un percorso di trasformazione, di catarsi, in cui il lutto non viene superato né dimenticato, bensì lentamente integrato come inevitabile parte di vita. Perfettamente calzante l’utilizzo di On The Nature Of Daylight di Max Richter, che riesce ad avvolgere l’immagine e ad aumentare il pathos della scena. In quel momento, sembra che gli attori, la musica e il tempo diventino parte di un’unica entità emotiva. È una chiusura che non spiega e lascia a noi spettatori il privilegio di portarci ciò che si è visto e sentito.
Hamnet è un film che ci ha fatto emozionare, è il racconto di una perdita che segna per sempre, ma anche della nascita di una consapevolezza: l’arte, la memoria e l’amore possono diventare strumenti per dare forma all’assenza e per continuare ad andare avanti.

