Numeri invisibili: la matematica che governa ogni videogioco (e che quasi nessun giocatore conosce)

Simone Lelli
Di
Simone Lelli
Editor in Chief
Amante dei videogiochi, non si fa però sfuggire cinema e serie tv, fumetti e tutto ciò che riguarda la cultura pop e nerd. Collezionista con seri...
- Editor in Chief
Lettura da 10 minuti

Molto prima che esistesse il primo pixel, giocare era già un esercizio di matematica. I dadi d’osso ritrovati nei siti archeologici, le carte arrivate in Europa nel Trecento, gli scacchi con il loro albero di mosse praticamente infinito: ogni gioco serio è sempre stato, in fondo, una questione di numeri e probabilità. Non è un caso che la teoria della probabilità sia nata proprio da un tavolo da gioco. Nel 1654 il cavaliere de Méré, accanito giocatore d’azzardo, pose a Blaise Pascal un dubbio su come dividere la posta di una partita interrotta; lo scambio di lettere tra Pascal e Pierre de Fermat che ne seguì gettò le basi del calcolo delle probabilità. La matematica moderna, in parte, deve la sua nascita a una scommessa.

Da allora i numeri hanno continuato a nascondersi dietro il divertimento. Gli scacchi hanno una complessità che Claude Shannon stimò attorno a 10^120 possibili partite, un valore superiore al numero di atomi nell’universo osservabile. Il poker è probabilità applicata travestita da bluff. E i videogiochi di oggi ereditano tutto questo, con una differenza sostanziale: il loro impianto matematico è nascosto dentro il codice, invisibile al giocatore.

Il caso che non è caso: come funziona l’RNG

Quando un videogioco “lancia un dado”, un colpo critico, un drop raro, la mappa generata in modo procedurale, non sta usando il caso vero. Sta usando un RNG, ovvero un random number generator, che nella stragrande maggioranza dei casi è in realtà pseudo casuale. Significa che parte da un valore iniziale, il seed, e applica una formula deterministica: stesso seed, stessa sequenza di numeri, sempre.

Questa non è una sottigliezza da informatici. È la ragione per cui esiste un’intera disciplina di RNG manipulation nelle speedrun. Nei giochi più vecchi, i runner imparano a manipolare il momento esatto in cui premono un tasto per “agganciare” un seed favorevole e forzare l’esito desiderato (un incontro con un certo nemico, una cattura, un drop). Il caso, lì, smette di essere caso e diventa una variabile controllabile. È la prova più elegante che dietro l’imprevedibilità apparente c’è un meccanismo perfettamente prevedibile.

La trappola delle probabilità indipendenti

Qui cade la maggior parte dei giocatori, ed è un errore antico: la cosiddetta fallacia dello scommettitore. Se un oggetto ha l’1% di probabilità di cadere, è facile pensare “su cento tentativi mi tocca per forza”. Falso. Ogni tentativo è indipendente dal precedente: il gioco non tiene il conto dei tuoi fallimenti per premiarti alla fine.

I numeri lo dicono con freddezza. Con un drop all’1%, la probabilità di ottenere almeno un oggetto in cento tentativi non è del 100%, ma di circa il 63%. Tradotto: più di un giocatore su tre, dopo cento prove, resta a mani vuote, e questo è perfettamente normale dal punto di vista statistico. È lo stesso identico principio per cui una moneta che esce dieci volte testa ha sempre il 50% di probabilità di fare testa all’undicesimo lancio. La memoria del caso non esiste: è solo una proiezione della nostra mente.

Il “pity system”, ovvero la matematica che chiede scusa

Gli studi di sviluppo conoscono benissimo questa frustrazione, e molti l’hanno arginata con il pity system. In diversi giochi a estrazione, dopo un certo numero di tentativi a vuoto la ricompensa rara diventa garantita, oppure le probabilità salgono progressivamente fino a renderla quasi certa. È un modo per addomesticare la varianza: si lascia agire il caso, ma con una rete di sicurezza matematica che impedisce alle serie sfortunate di durare all’infinito. Il fatto stesso che questi sistemi esistano dimostra quanto i progettisti ragionino in termini di distribuzioni statistiche, non di fortuna.

Loot box: i numeri che diventano una questione politica

Il caso più clamoroso lo ha offerto Star Wars Battlefront II nel 2017. Il sistema di loot box, che legava la progressione del personaggio a casse a pagamento dal contenuto aleatorio, scatenò una reazione furiosa della comunità e costrinse Electronic Arts a disattivare le microtransazioni a poche ore dal lancio. Ma l’effetto più duraturo fu normativo: nel 2018 il Belgio dichiarò che le loot box a pagamento rientravano nella definizione di gioco d’azzardo e ne vietò la vendita (seguita poi da altri paesi europei che aprirono fascicoli simili).

Il nodo era proprio matematico. Una loot box è una scatola dal valore atteso nascosto: il giocatore paga un prezzo fisso per un contenuto dal valore variabile e ignoto. Da quel momento i principali store di app hanno iniziato a imporre agli sviluppatori la pubblicazione delle probabilità di estrazione. È una piccola rivoluzione di trasparenza: i numeri, prima sepolti nel codice, sono diventati un’informazione dovuta.

Il matchmaking decide chi affronti (con una formula degli scacchi)

C’è poi una matematica che agisce ancora prima che la partita cominci: quella che sceglie i tuoi avversari. La maggior parte dei sistemi competitivi si basa su varianti dell’Elo, il metodo ideato dal fisico ungherese Árpád Élő per classificare i giocatori di scacchi e adottato ufficialmente dalla FIDE nel 1970. L’idea è semplice e potente: a ogni giocatore si assegna un punteggio, e ogni risultato lo aggiorna in base a quanto era atteso. Battere un avversario molto più forte fa guadagnare molti punti; perderne contro uno più debole ne fa perdere altrettanti.

Il matchmaking moderno usa parametri evoluti (spesso indicati come MMR) ma il principio resta quello: avvicinare il più possibile la probabilità di vittoria al 50%. Da qui nasce un dibattito ricorrente tra i giocatori, quello sul “50% forzato”: la sensazione che il sistema ti incolli a una percentuale di vittorie attorno alla metà. In realtà è semplice statistica. Se il sistema ti accoppia con avversari del tuo stesso livello, l’equilibrio attorno al 50% è il risultato naturale, non un’imposizione.

Il vocabolario del rischio

Esiste infine un lessico tecnico che, dal mondo dei casinò, si è infiltrato nelle discussioni sulle economie dei giochi digitali. Chi ha cercato online una guida del tipo RTP e volatilità delle slot spiegati ha incontrato due concetti utili anche altrove. L’RTP, return to player, indica la percentuale teorica di valore restituita su un orizzonte lunghissimo di partite; la volatilità descrive invece quanto i risultati oscillano attorno a quella media (ad. esempio, bassa volatilità significa vincite piccole e frequenti, alta volatilità vincite rare ma consistenti). Sono, in sostanza, media e varianza con un altro nome: gli stessi due parametri che descrivono qualunque sistema di probabilità, dal lancio di un dado alla generazione di un premio.

Sapere è (anche) divertirsi di più

La verità scomoda è che, in ogni gioco progettato con cura, chi lo ha costruito conosce i numeri. Le probabilità di drop, le curve di progressione e la distribuzione delle ricompense: tutto è calibrato a tavolino. Oggi, accanto agli sviluppatori, stanno emergendo anche nuove tecnologie capaci di generare mondi e meccaniche in modo sempre più autonomo.

Il giocatore di solito naviga a istinto(anche se, ad. esempio, i casinò online con licenza ADM nelle loro promo hanno l’obbligo di indicare la % di uscita di ogni premio). Colmare quel divario non toglie nulla al piacere del gioco; semmai lo arricchisce, perché trasforma la fortuna in qualcosa che si può leggere e, in parte, gestire.

Capire la matematica nascosta dietro un videogioco è un po’ come imparare a leggere lo spartito di una canzone che già amiamo. La melodia resta la stessa, ma all’improvviso si vede la struttura che la regge. E un giocatore che riconosce un RNG pseudo casuale, che non cade nella fallacia dello scommettitore e che sa cosa significhi valore atteso non è un giocatore meno appassionato: è semplicemente uno che ha smesso di affidarsi solo alla pancia. In un intrattenimento fatto di numeri, conoscerli è la forma più sottile di vantaggio.

Condividi l'articolo