Styx: Blades of Greed Recensione, il piacere dello stealth

Styx: Blades of Greed è quel gioco che tutti aspettavamo? Dipende dai punti di vista. Ecco la nostra recensione dell'ultimo titolo della serie stealth per eccellenza.

Di
Alessandro Ferri
Senior Editor
Trentenne, vero appassionato di videogiochi, adora scrivere di videogiochi come se ne stesse parlando con gli amici al bar. Nostalgico dei classici anni '90 come Super...
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Recensioni
Lettura da 6 minuti

Il genere stealth è diventato sempre più raro o ibridato con altri generi, ma la serie di Styx rappresenta un’anomalia preziosa. Niente compromessi, niente spettacolarizzazione gratuita: solo ombre, pazienza e precisione. Con Styx: Blades of Greed, Cyanide prova a fare un passo avanti, espandendo la formula classica con ambienti più ampi, nuove abilità e una maggiore libertà d’approccio. Sulla carta, è esattamente ciò che i fan chiedevano. Il problema è che tra ciò che promette e ciò che mantiene, ancora una volta, si apre una distanza difficile da ignorare. Ecco la nostra recensione del titolo.

Il ritorno dello stealth puro

La prima cosa da chiarire è semplice: Styx: Blades of Greed è uno stealth game nel senso più rigido del termine. Non è un action, non è un ibrido, non è un gioco che ti permette di improvvisare quando le cose vanno male. Qui, se sbagli, paghi, e spesso paghi caro. Il protagonista è fragile, i combattimenti diretti sono sconsigliati, e l’unico modo per sopravvivere è muoversi nell’ombra, studiare i percorsi, osservare i pattern dei nemici. È una filosofia precisa, coerente con la serie, e che funziona.

Quando tutto gira nel verso giusto, Blades of Greed riesce a regalare momenti di grande soddisfazione: infiltrazioni pulite, eliminazioni perfette, percorsi alternativi scoperti quasi per caso. È il tipo di gameplay che premia l’intelligenza del giocatore, non i riflessi. La vera evoluzione di questo capitolo è nella struttura: il gioco abbandona in parte la linearità dei capitoli precedenti per proporre aree più ampie e aperte, con una forte componente verticale. Rampini, planate e percorsi multipli permettono di affrontare ogni situazione in modi diversi. Sulla carta, è un enorme passo avanti… ma nella pratica il risultato è più ambiguo.

La libertà c’è, ma non sempre è supportata da un level design all’altezza. Alcune mappe risultano dispersive, altre ripetitive, e spesso manca quella cura nel dettaglio che trasformava ogni livello in un piccolo puzzle perfetto. Il rischio è quello di perdersi non perché il gioco lo voglia, ma perché non riesce a guidarti in modo efficace.

Creatività al servizio del giocatore

Uno degli aspetti migliori di Blades of Greed è il sistema di abilità. Styx può contare su poteri ormai iconici come invisibilità e clonazione, affiancati da nuove capacità legate al controllo mentale e alla manipolazione del tempo. A questo si aggiunge un sistema di crafting che permette di preparare strumenti, armi e pozioni prima di ogni missione. Il risultato è un gameplay estremamente flessibile: puoi scegliere di essere un fantasma, evitando ogni contatto, un predatore, eliminando sistematicamente i nemici, oppure ancora un manipolatore, sfruttando l’ambiente e i poteri per creare caos. È qui che il gioco dà il meglio di sé: quando lascia spazio alla creatività.

Se c’è però una parola che accompagna la serie di Styx fin dagli inizi, è “ripetitività”, e purtroppo, Blades of Greed non fa abbastanza per liberarsene. Le missioni tendono a seguire schemi simili, gli obiettivi cambiano poco, e anche le situazioni finiscono per assomigliarsi più del dovuto. All’inizio non è un problema, il gameplay è abbastanza solido da reggere la struttura, ma con il passare delle ore, la sensazione di déjà-vu diventa sempre più evidente. È come se il gioco avesse tutte le carte per sorprendere, ma preferisse non rischiare mai davvero.

Un AA che si vede

Dal punto di vista tecnico, Styx: Blades of Greed è esattamente quello che sembra: una produzione AA. Alcuni scorci sono suggestivi, le ambientazioni hanno personalità, ma il colpo d’occhio generale è altalenante. Le animazioni risultano a tratti rigide, e il comparto grafico non sempre convince. Anche la rifinitura lascia spazio a critiche: piccoli problemi tecnici, qualche incertezza nei controlli, una generale mancanza di polish che impedisce al gioco di fare il salto di qualità. Non è mai disastroso, ma nemmeno all’altezza delle sue ambizioni.

C’è un aspetto che va sottolineato: Blades of Greed non è un gioco per tutti. È lento, punitivo, spesso frustrante, non perdona errori, non offre scorciatoie, non cerca mai di compiacere il giocatore. Ma è proprio questo il suo punto di forza. In un mercato dominato da esperienze sempre più accessibili, Styx resta fedele a sé stesso. E chi ama lo stealth “duro e puro” troverà qui pane per i suoi denti, gli altri, probabilmente, lo abbandoneranno dopo poche ore.

In poche parole, Styx: Blades of Greed è un gioco che vive di contrasti. Da un lato, è uno degli ultimi baluardi dello stealth classico, capace di offrire un gameplay profondo e soddisfacente. Dall’altro, è un titolo che fatica a evolversi davvero, intrappolato tra buone idee e limiti strutturali mai superati. È migliore sulla carta che pad alla mano. Ha più libertà, più strumenti, più ambizione. Ma non sempre riesce a trasformare tutto questo in un’esperienza realmente più coinvolgente. E alla fine, resta quella sensazione familiare: Styx è ancora buono… ma non abbastanza da diventare grande.

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Senior Editor
Trentenne, vero appassionato di videogiochi, adora scrivere di videogiochi come se ne stesse parlando con gli amici al bar. Nostalgico dei classici anni '90 come Super Mario 64, non disprezza al brivido dei titoli moderni.