Disciples: Domination Recensione, un ritorno senza evoluzione

Disciples: Domination riporta Avyanna sul trono di Nevendaar, ma sceglie la via del reset invece dell’evoluzione. Ecco la nostra recensione del sequel di Liberation!

Tiziano Sbrozzi
Di
Tiziano Sbrozzi
Senior Editor
Lusso, stile e visione: gli elementi che servono per creare una versione esterna di se. Tiziano crede fortemente che l'abito faccia il monaco, che la persona...
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RecensioniDisciples: Domination
Lettura da 8 minuti
6.5 Sufficiente
Disciples: Domination

Dopo cinque anni da Disciples: Liberation, la saga dark fantasy torna con Disciples: Domination, sequel diretto che riprende la storia di Avyanna e del regno di Nevendaar. Il cambio di sviluppatore, con Artfeacts Studio al posto di Frima Games, faceva pensare a una nuova direzione creativa, tuttavia siamo stati smentiti. Domination sceglie una strada più prudente, recupera quasi integralmente l’impianto del predecessore, ne corregge alcuni difetti, ma finisce per sembrare un grande ritorno al punto di partenza. Più sfidante, più compatto, ma sorprendentemente poco ambizioso. Ritrovarsi di nuovo in quel mondo ci ha affascinato ma non convinto abbastanza. Scopriamo assieme il perché in questa recensione!

Un regno dimenticato

Quindic’anni dopo aver spezzato il giogo degli dei e unito le fazioni di Nevendaar sotto un unico vessillo, Avyanna siede ancora sul trono di Yllian. Ma il tempo non è stato gentile. Isolata, divorata dal dubbio e dal peso del potere, la regina si è progressivamente allontanata dai suoi alleati. Le tensioni tra le razze riemergono, una misteriosa anomalia magica si diffonde nel regno e persino Orion, amico d’infanzia, le volta le spalle prima di riapparire come spirito per avvertirla di un pericolo imminente.

L’intreccio ruota attorno al declino interiore di Avyanna e alla fragilità del suo dominio. L’arrivo della nuova fazione dei nani e l’ombra di culti antichi e veggenti corrotti arricchiscono il contesto, ma la narrazione procede senza veri picchi emotivi. Le scelte nei dialoghi influenzano la reputazione con le cinque fazioni principali, e modellano l’indole della protagonista, ma raramente producono conseguenze realmente incisive. Il racconto scorre con coerenza, senza mai osare davvero.

Il vero problema dell’espediente narrativo di Disciples: Domination è che gli autori del gioco hanno avuto paura: si percepisce fin dai primi momenti di gioco. È come se la scelta intrapresa sia quella di un grande reset senza cambiare di fatto nulla. Il primo capitolo aveva una storia interessante, un passato oscuro della protagonista, il grande Orion che la sosteneva “sempre” come un fratello e molto altro, che spingeva il giocatore ad andare avanti. Qui sembra tutto molto scialbo, lasciato al caso, spoglio di quei fasti, come se avessero volutamente svuotato una casa dai mobili. La casa è sempre la stessa ma risulta vuota, priva di comodità e senza quel senso di appartenenza che si era creato prima. Brutto segno, e non di certo un inizio memorabile.

Un déjà-vu ben confezionato

La struttura resta quella introdotta in Liberation, cinque grandi regioni (ognuna legata a una fazione), esplorabili in tempo reale da una prospettiva isometrica. Le mappe sono curate, dense di punti di interesse, risorse da raccogliere, missioni secondarie e ostacoli che richiedono specifiche abilità dei compagni per essere superati… ma di una noia mortale. Qui ci si aspettava un vero cambiamento, cosa che non è stata minimamente sfiorata dal team creativo: girovagare per le mappe ben delineate senza di fatto poter fare nulla, ma cliccando solo ed esclusivamente su segherie, miniere e simili, conquistarle e avere accesso alle loro ricchezze nel tempo, è di una noia mortale. Perfino gli scontri sono prevedibili, visibili da lontano e aggirabili. I punti esperienza ricevuti, tra l’altro, non collimano con la difficoltà degli scontri, rendendo frustrante la progressione della protagonista.

Tornare in aree già visitate è spesso necessario, in un ciclo che mescola progressione narrativa e completamento sistematico. La capitale Yllian funge ancora da hub centrale. Qui si reclutano unità, si migliorano edifici, si potenzia l’equipaggiamento e si dialoga con i compagni. La ricostruzione della città, giustificata narrativamente dal suo stato decadente, ricalca meccaniche già viste: investire risorse per sbloccare truppe più avanzate e ampliare le opzioni strategiche. Funziona, ma manca quella sensazione di crescita davvero trasformativa. Più che un’espansione delle idee precedenti, sembra una loro riorganizzazione. Nota a margine: nel primo capitolo c’era un’intrinseca soddisfazione nella progressione dei luoghi di Yllian, mentre qui non succede: il negozio offre solo armi insulse, indipendentemente dal livello e il fabbro non migliora mai, sembra che di fatto lo scopo del gioco sia quello di “privare” il giocatore della ricompensa per i propri sforzi.

Il cuore dell’esperienza resta il sistema di battaglie a turni su griglia. Domination introduce un ritmo leggermente più rapido, nuove abilità e sinergie tra unità, oltre a una maggiore attenzione al sistema di punti di forza e debolezza. La varietà strategica è solida e alcune combinazioni tra fazioni offrono soddisfazioni tangibili. La difficoltà è stata rivista verso l’alto, rispondendo a una delle critiche mosse a Liberation.

Gli scontri richiedono pianificazione, gestione attenta delle risorse e una lettura più consapevole del campo di battaglia. Tuttavia, al netto di qualche rifinitura, il sistema non compie veri passi avanti: Avyanna è decisamente troppo forte e molti degli scontri (come avveniva nel primo capitolo) li vincerà “da sola”, nel senso che le unità alleate saranno date in pasto al nemico come distrazione mentre lei sarà il vero capocannoniere della partita. Le meccaniche sono familiari, rassicuranti per chi conosce la serie, ma poco stimolanti per chi cercava un’evoluzione più coraggiosa.

Le cinque fazioni giocabili restano il fulcro della costruzione dell’esercito. Ogni razza dispone di edifici dedicati e unità specifiche, sbloccabili potenziando le strutture nella capitale, sebbene il discorso “tempo” giochi un ruolo fondamentale: per progredire oltre certi punti occorre andare avanti nella storia del gioco il che è frustrante. I compagni, selezionabili in base allo stile di gioco, offrono abilità uniche e supporto narrativo. Il sistema di crescita di Avyanna e del suo esercito è strutturato con ordine, ma raramente sorprende. Le scelte morali e politiche contribuiscono a definire la sua identità come sovrana, ma l’impatto sul mondo di gioco rimane contenuto. Anche l’introduzione dei nani, potenziale elemento di rottura, viene gestita con prudenza.

Dimenticabile

Disciples: Domination è un sequel che sceglie la continuità assoluta, che dimenticherete il minuto dopo averlo completato. Corregge alcuni squilibri del predecessore, aumenta la sfida e consolida le fondamenta gettate da Liberation ma tutto risulta essere come un grande DLC. Visivamente, Disciples: Domination mantiene l’estetica dark fantasy che caratterizza la serie. Le ambientazioni sono suggestive e l’art direction coerente con il tono cupo della narrazione. Tuttavia, alcune animazioni risultano rigide e l’insieme tecnico appare disomogeneo. Nulla di compromettente, ma nemmeno un salto qualitativo evidente rispetto al passato.

Proprio quando ci si aspetterebbe un passo avanti deciso, il gioco preferisce tornare indietro, riportando la serie in una zona di comfort. Non è un brutto titolo. È solido, coerente e più impegnativo (per quanto una volta livellata un pochino Avyanna diventerà una passeggiata). Manca però di visione. Dove ci si aspettava un’espansione dell’identità strategica della saga, troviamo una riorganizzazione delle stesse idee. Un grande reset che sistema, ma non innova.

Disciples: Domination
Sufficiente 6.5
Voto 6.5
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Senior Editor
Lusso, stile e visione: gli elementi che servono per creare una versione esterna di se. Tiziano crede fortemente che l'abito faccia il monaco, che la persona si definisca non solo dalle azioni ma dalle scelte che compie. Saper scegliere è un'arte fine che va coltivata.