La Grazia è un film del 2025 scritto, diretto e co-prodotto da Paolo Sorrentino (regista di film come La Grande Bellezza, È Stata La Mano Di Dio, Parthenope, Il Divo, ecc.). Il protagonista è Toni Servillo, segnando così la sua settima collaborazione con Sorrentino, affiancato da Anna Ferzetti, Massimo Venturiello e Milvia Marigliano. È stato presentato come film d’apertura all’82° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 27 Agosto 2025, venendo candidato al Leone d’Oro e garantendo la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Servillo. L’ispirazione per la pellicola, dichiarato dallo stesso Sorrentino, è la grazia concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad un uomo condannato per aver ucciso la moglie malata di Alzheimer. È arrivato nelle sale il 15 Gennaio 2026
Mariano De Santis (Toni Servillo) è il Presidente della Repubblica. Nessun riferimento a presidenti esistenti, frutto completamente della fantasia dell’autore. Vedovo, cattolico, ha una figlia, Dorotea (Anna Ferzetti), giurista come lui. Alla fine del suo mandato, tra giornate noiose, spuntano gli ultimi compiti: decidere su due delicate richieste di grazia. Veri e propri dilemmi morali. Che si intersecano, in maniera apparentemente inestricabile, con la sua vita privata. Mosso dal dubbio, dovrà decidere, e, con grande senso di responsabilità, è quel che farà questo grande Presidente della Repubblica Italiana.
Sorrentino e Servillo: l’uomo dietro al potere nel film “più semplice”
Non è la prima volta che Paolo Sorrentino e Toni Servillo collaborano, come non è la prima volta che si addentrano nella politica e nell’uomo che si trova all’interno di essa, e dietro il ruolo che ricopre in quel contesto. Lo hanno già fatto con Giulio Andreotti ne Il Divo e Silvio Berlusconi ne Loro ed ora, hanno voluto esplorare nuovamente l’uomo dietro la carica, ma non un uomo realmente esistito. Il film non è una storia vera, ma basata su un fatto realmente accaduto al Presidente Mattarella, a detta del regista. Infatti, il Presidente interpretato da Servillo non è mai esistito, ma quest’ultimo si adatta a questo tipo di ruolo come lo ha fatto ne Il Divo e in Loro.
È il film “più semplice” e “meno impegnativo” della filmografia di Sorrentino. È già capitato in passato in un paio di occasioni che ci ha abbia girato troppo attorno e che si sia perso strada facendo, seppur sappia ciò che fa in diverse occasioni. Stavolta, non perde tempo e non gira troppo attorno. Con un linguaggio puramente cinematografico e reso più semplice anche per quella parte di pubblico che “si distrae facilmente”, Sorrentino arriva dritto al sodo e centra l’obiettivo.

Toni Servillo, un cast ottimo e l’uomo dietro al Presidente
Toni Servillo non ha bisogno di presentazioni, ed è difficile trovare quel ruolo in cui non abbia dato il meglio di sé: non si è smentito neanche stavolta. Non è un’esagerazione dire che è stato straordinario: ogni gesto, ogni sguardo racconta un mondo interiore complesso, fatto di dubbi, fragilità e momenti di pura umanità. È un personaggio che parla molto, ma comunica soprattutto quando tace. La sua recitazione non cerca empatia immediata, ma costruisce lentamente una tristezza strutturale, quasi ontologica. Accanto a lui, il cast costruisce un universo credibile e affascinante, dove ogni personaggio ha il suo peso e la sua storia. Anna Ferzetti, Massimo Venturiello e Milvia Marigliano contribuiscono e non poco alla recitazione, riuscendo a stare dietro a Servillo.
Mariano De Santis è un uomo che viene definito “Cemento Armato“, ovvero un uomo fermo nelle sue decisioni ma anche nel limbo in cui si ritrova da ormai tanti anni. È un uomo stanco, malinconico e fermo nei suoi dubbi, tanto da comunicare più in silenzio che con le parole. Fa fatica a prendere una decisione su questioni immorali o delicate come l’eutanasia, ed è tormentato da alcune ferite, perdite e dal sentimento che prova ancora dopo tanti anni nei confronti della persona amata, strappata via da cause naturali. Tutto quello che cerca è la liberazione di questo cemento armato e ottenere anche lui quella “grazia” che lo porterebbe verso quella sensazione di leggerezza.

Il significato della Grazia e la regia elegante di Sorrentino
Il titolo stesso del film suggerisce la chiave interpretativa di esso: la ricerca della redenzione, della bellezza e della leggerezza in un mondo segnato dalla colpa e dalla fragilità umana. La regia di Sorrentino si dimostra sempre elegante e ben focalizzata su dettagli importanti ed immagini mozzafiato, che comunicano più delle parole stesse. La regia enfatizza il concetto della Grazia attraverso inquadrature studiate, simbolismi religiosi e poetici, e contrasti tra la leggerezza dei paesaggi e il peso dei personaggi.
Prende volutamente le distanze dai protagonisti e mette in evidenzia tutto quello che c’è all’interno di essi: i movimenti di macchina sembrano osservare i personaggi da una distanza morale, come se il regista stesso dubitasse della possibilità di salvarli. La Grazia è un film austero ma potentissimo: ogni inquadratura è composta come un quadro che suggerisce ordine, mentre sotto la superficie si agita il caos. La colonna sonora accompagna senza invadere, sottolineando il senso di sospensione morale che attraversa tutto il racconto. Essa e il ritmo del film creano una tensione sottile, sospesa tra sacro e profano, che ti accompagna fino all’ultima scena.
La Grazia non è un film conciliatorio. Non offre risposte chiare, né una vera catarsi. Ed è proprio qui che la nuova pellicola del regista de La Grande Bellezza trova la sua coerenza più profonda: nella convinzione che la grazia, se esiste, non è mai spettacolare, e forse arriva solo quando non si è più in grado di riconoscerla. Un’opera rigorosa, esigente, che parla allo spettatore disposto ad ascoltare il silenzio tra le parole e forse anche a rivedersi in Mariano e cercare quel senso di leggerezza, che un po’ tutti cercano.

La Grazia non cerca redenzioni spettacolari: parla di silenzi, di maschere che cedono, di una leggerezza che arriva solo quando si smette di controllare tutto (come si evince dal finale). In sintesi, parla di redenzione personale e della possibilità di ritrovare l’equilibrio, il senso di leggerezza e la speranza nonostante le ferite interiori.
Il finale simbolico: leggerezza e concessione della grazia
Nel finale Sorrentino concentra il senso profondo del film in un gesto insieme politico e intimamente esistenziale. L’atto della grazia, formalmente giuridico, diventa il punto di arrivo di una lunga lotta morale in cui il Presidente accetta la complessità delle proprie responsabilità senza rifugiarsi nella rigidità del ruolo. La scena conclusiva, rarefatta e simbolica, traduce visivamente questa trasformazione: una liberazione dal peso dell’autorità e dal bisogno di controllo, che apre a una dimensione di leggerezza e riconciliazione con sé stessi. Sorrentino suggerisce così che la vera grazia non risiede soltanto nella clemenza concessa agli altri, ma in uno stato dell’anima, nella capacità di convivere con il dubbio, accettare il limite umano e lasciarsi attraversare dalla vita.
Il finale suggerisce che la grazia non è solo un atto giuridico, ma soprattutto una condizione umana: è accettare i propri dubbi e conflitti interiori, è lasciarsi attraversare dalla vita con più leggerezza, è andare oltre la rigidità del ruolo e della responsabilità istituzionale verso una forma di liberazione personale e di abbandono al presente. Il finale non dà una risposta univoca “giusta” o “sbagliata”, ma invita lo spettatore a riflettere su cosa sia davvero la grazia: una clemenza formale, un atto umano di libertà, un cambiamento interiore verso la leggerezza e l’accettazione dell’esistenza. Sorrentino lascia aperta la domanda: la vera grazia è quella che si concede agli altri o quella che si concede a sé stessi?
