Bugonia Recensione, la fine del mondo secondo Lanthimos

Bugonia segna il ritorno di Yorgos Lanthimos sul grande schermo: ecco la nostra recensione di un nuovo film fondamentale del regista.

Mauro Landriscina
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Mauro Landriscina
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Nato nel 1997, fin da piccolo si appassiona di videogiochi grazie al Game Boy Color del fratello maggiore. Pensa troppo al futuro e poco al presente,...
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8.8 Ottimo
Bugonia

Presentato in anteprima alla 82ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Bugonia segna il ritorno di Yorgos Lanthimos sul grande schermo per il terzo anno consecutivo con un’opera che, come tratteremo in questa nostra recensione, conferma la sua centralità nel cinema d’autore contemporaneo. Ancora una volta affiancato dalla sua musa Emma Stone, il regista greco firma un film disturbante e magnetico, capace di fondere satira, paranoia e inquietudine in un racconto che riflette in modo lucidissimo le ossessioni del nostro presente.

Dopo aver ormai consolidato una delle filmografie più riconoscibili e coerenti del cinema contemporaneo, Yorgos Lanthimos torna sul grande schermo con Bugonia, riaffermando ancora una volta la centralità del suo sguardo autoriale e del sodalizio artistico con Emma Stone, vera e propria musa moderna del regista greco. Un connubio che, film dopo film, sembra affinarsi sempre di più, fino a raggiungere qui una sintesi quasi perfetta: Stone non è più soltanto un’interprete nei mondi di Lanthimos, ma ne diventa incarnazione vivente, corpo e voce di una poetica fatta di alienazione, ironia crudele e disturbante lucidità, conquistando subito critica e pubblico alla Mostra.

Verità o menzogna?

Bugonia si presenta come il remake del cult sudcoreano del 2003 Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan, ma parlare di semplice rifacimento sarebbe riduttivo. Lanthimos prende l’ossatura narrativa del film originale e la trapianta completamente nel proprio immaginario, filtrandola attraverso il suo stile glaciale, surreale e profondamente politico. Gli stilemi del cinema sudcoreano di inizio anni Duemila restano riconoscibili, ma vengono deformati, rallentati, esasperati, fino a diventare qualcos’altro: un’opera che dialoga con l’originale senza mai esserne schiava, trasformandolo in materia lanthimosiana pura.

Al centro del film troviamo un trio attoriale semplicemente straordinario. Jesse Plemons ed Emma Stone confermano ancora una volta di essere tra i volti più solidi e affascinanti del panorama cinematografico mondiale, ma è soprattutto il loro gioco di sottrazione, fatto di sguardi vuoti, pause innaturali e dialoghi che sembrano sempre sul punto di deragliare, a rendere Bugonia così magnetico. Accanto a loro, un Aidan Delbis eccezionale completa un terzetto perfettamente calibrato, in cui ogni personaggio sembra muoversi su un confine sottile tra follia e razionalità.

La storia – che volutamente evita giudizi espliciti – strizza l’occhio all’universo dei complotti, dell’altQ e di una paranoia collettiva sempre più diffusa. Ma Lanthimos, coerente con la sua poetica, non critica e non punta il dito. Non c’è satira urlata né denuncia diretta: il regista si limita a mostrare i fatti, a osservare i comportamenti, lasciando allo spettatore la responsabilità di trarre le proprie conclusioni. È un cinema che non consola, non rassicura e soprattutto non guida, ma espone. Ed è proprio in questa apparente neutralità che Bugonia trova la sua forza più inquietante, risultando spaventosamente verosimile.

Un’estetica disturbante

Dal punto di vista visivo, il film è un continuo susseguirsi di inquadrature suggestive e maniacalmente studiate. Lanthimos, insieme al suo fidatissimo direttore della fotografia Robbie Ryan, costruisce un linguaggio visivo che alterna zoom improvvisi, grandangoli deformanti, dutch angle destabilizzanti e composizioni geometriche rigidissime. Ogni scelta formale contribuisce a creare un senso di straniamento costante, una sensazione di disagio che accompagna lo spettatore per tutta la durata del film. Nulla è lasciato al caso: l’immagine diventa parte integrante del racconto, quasi un personaggio aggiuntivo che osserva e giudica silenziosamente. Questa estetica fredda e controllata riesce a rendere Bugonia un’opera sospesa tra l’inquietante e il grottesco, ma anche incredibilmente concreta. Il mondo che Lanthimos mette in scena appare assurdo solo in superficie: più lo si osserva, più diventa difficile non riconoscerne i riflessi nella realtà quotidiana. È un cinema che destabilizza perché non inventa mostri, ma amplifica quelli già presenti.

Fondamentale, come nelle opere più recenti del regista, è anche il lavoro sul suono e sulla musica. Dopo gli eccellenti risultati ottenuti in Povere Creature! e Kinds of Kindness, Jerskin Fendrix torna a collaborare con Lanthimos, firmando una colonna sonora che non accompagna semplicemente le immagini, ma le penetra. Le sue composizioni, spesso dissonanti e ossessive, avvolgono lo spettatore, amplificando il senso di disagio e contribuendo in modo decisivo all’immersione totale nella narrazione. Menzione speciale va anche allo splendido montaggio di Giōrgos Mauropsaridīs, collaboratore storico del regista, che riesce a mantenere un ritmo ipnotico e irregolare, fatto di stacchi improvvisi e tempi dilatati. Il montaggio diventa così uno strumento narrativo essenziale, capace di guidare lo spettatore senza mai offrirgli appigli sicuri.

In definitiva, Bugonia si conferma come un altro tassello fondamentale nella filmografia di Yorgos Lanthimos. Un film che non cerca il consenso facile, che rifiuta spiegazioni e che continua a esplorare le zone grigie dell’animo umano e della società contemporanea. Grazie a interpretazioni magistrali, a una regia di precisione chirurgica e a un comparto tecnico di altissimo livello, Lanthimos dimostra ancora una volta di essere uno degli autori più lucidi, disturbanti e necessari del cinema moderno. Un’opera che divide, inquieta e resta addosso a lungo, esattamente come il miglior cinema dovrebbe fare.

Bugonia
Ottimo 8.8
Voto 8.8
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Contributor
Nato nel 1997, fin da piccolo si appassiona di videogiochi grazie al Game Boy Color del fratello maggiore. Pensa troppo al futuro e poco al presente, spesso perdendosi nei suoi pensieri e andando quindi a sbattere su qualche palo per strada. Il suo sogno nel cassetto è quello di dirigere un film d'animazione.