CAIRN Recensione, quando la vetta è molto più di un semplice traguardo

Ecco la nostra recensione di Cairn, un titolo dove ci troveremo a scalare una montagna, tra un'estetica mozzafiato e tanti pensieri in testa.

Nicolò Fratangeli
Di
Nicolò Fratangeli
Nato col videogioco nel sangue, riceve a sei anni la sua prima console: l'indimenticabile SNES; distruggendo joystick a furia di Donkey Kong Country e Super Mario,...
RecensioniCAIRN
Lettura da 8 minuti
8.5 Ottimo
CAIRN

Ci sono videogiochi che ti chiedono riflessi, altri che pretendono memoria muscolare come cuore dell’esperienza, altri ancora che si alimentano di numerologia, dati min-maxing. CAIRN, invece, richiede qualcosa di più raro: pensiero. Pensiero nel gesto, nella scelte, a volte quasi filosofiche, nel rischio calcolato e soprattutto nell’errore, che qui non è un semplice inciampo ma un prezzo da pagare. È in questa idea, netta e quasi austera, che il titolo dei ragazzi di The Game Bakers – le menti dietro titoli indipendenti del calibro di Furi e Haven – trova la propria identità: decisioni che non portano a una semplice simulazione di arrampicata, ma la trasformano in una forma complessa di narrazione “fisica” dove ogni metro guadagnato racconta il carattere del giocatore, prima ancora della scalatrice sullo schermo.

CAIRN

Un’esperienza diegetica

Vestiremo i panni di Aava, fredda (come del resto la vetta, co-protagonista chiave del gioco) alpinista professionista, e si punta alla salita di una montagna ostile e magnetica, il Monte Kami, con l’ambizione di compiere un’impresa mai compiuta prima, che sin da subito ha il sapore di ossessione e di destino.

La cornice narrativa non invade mai la scena troppo la scena: accompagna con telefonate, riflessioni e cartoline rinvenute, lasciando che a parlare sia soprattutto l’ambiente. L’ambientazione è chiaramente di quelle che non perdonano, ma che al tempo stesso sa essere sorprendentemente intima e contemplativa, specialmente quando ti ritrovi ad ascoltare il respiro affannoso della protagonista (l’audio design è da brivido), a misurare la fatica non con una barra colorata bensì con il tremore di un arto, con un’esitazione, con un ritmo singhiozzante.

Ed è qui che CAIRN compie il passo decisivo: rinuncia totalmente all’HUD e costringe a riconoscere fisicamente le avvisaglie. La stanchezza è un insieme di segnali corporei, di micro-indizi che devi riconoscere, interpretare, rispettare: la protagonista ci darà costantemente segnali durante il gioco, e starà a noi capire quando fermarsi e come agire.

Questa scelta, oltre a essere coerente, è anche coraggiosa; il giocatore smette di inseguire l’icona e comincia a leggere il corpo e la roccia, a ragionare sul baricentro, a chiedersi se quel prossimo appiglio sia davvero troppo ambizioso o una trappola sapientemente collocata. Il sistema di arrampicata, basato sul posizionamento manuale degli arti, è il vero protagonista. Controlliamo infatti i quattro arti della giovane protagonista, e il loro posizionamento sarà chiave in ogni fase del titolo. “Posso osare un po’ di più e provare a esagerare con la gamba? Conviene un approccio più conservativo e orizzontale in questa fase per non stancarmi troppo?” Da queste semplici domande deriva una tensione che non ha nulla di artificiale, perché nasce dal dubbio e dalla gestione dello spazio da parte del giocatore. E quando la parete si fa cattiva, CAIRN diventa quasi una sfida personale con la nostra pazienza e metodologia.

Rispetta la montagna, rispetta te stesso

Ad aumentare esponenzialmente l’immedesimazione è la componentistica puramente survival del titolo: in CAIRN mangiare, bere, riposare e preservarsi sono un qualcosa che accompagna il giocatore durante tutta l’esperienza, aumentando fortemente l’immedesimazione di quest’ultimo. Quelli di The Game Bakers sono riusciti nel difficile compito di farci sentire letteralmente la protagonista, provando ansia, paura, soddisfazione ad ogni passo e ad ogni chiodo fissato.

Decidere quando fermarsi è un atto di rispetto e, come è ben noto ai più che praticano questa disciplina, la montagna è un’entità che va rispettata . Anche la gestione dei punti di sicurezza è ben ponderata: i chiodi non sono illimitati e una mal gestione può portare a cadute fatali, tanto quanto arrivare stanchi e disidratati a fine percorso. CAIRN è eccellente a trasformare questa dicotomia in micro-drammi personali per il giocatore, che risulta sempre fortemente ingaggiato emotivamente e fisicamente in tutte le circa 12 ore necessarie al completamente dell’opera.

Una meraviglia audiovisiva

Sul piano visivo, il gioco dà semplicemente il suo meglio. Gli spazi sono vasti, la draw distance impressionante e la varietà di ambienti, cromatismi e situazioni porta con se un peso specifico decisamente importante nell’intera esperienza. Si nota con mano in questo, scene di caricamento incluse, il lavoro clamoroso del fumettista Mathieu Bablet, ingaggiato dal team in virtuà del suo talento. La regia predilige l’essenziale, riuscendo però a catturare momenti indimenticabili con movimenti di macchina e giochi di inquadrature, quasi come se giocasse a fare il Death Stranding della situazione (e con questo esempio vogliamo sottolineare quanto lo faccia effettivamente con merito). Il comparto sonoro, tra vento, respiro e momenti musicali riuscitissimi e mai invadenti, sostiene l’idea di un’avventura che vive di pressione e silenzio; un altro lavoro sensazionale di Martin Stig Andersen dopo i successi di Limbo, Inside e Control.

CAIRN

Non è però tutto oro quello che luccica. In alcune situazioni, soprattutto in alcune animazioni più complesse, si percepisce una certa ruvidezza tecnica: movimenti che possono risultare innaturali, piccole imprecisioni nella lettura degli appigli, qualche momento che spezza l’illusione di controllo totale. A questo si aggiunge qualche calo di framerate, notabili soprattuto quando si ruota la telecamera. Nulla che possa pregiudicare l’esperienza sia chiaro, ma che stona con tutto l’eccellente contorno.

Parlando poi di evoluzione ludica, possiamo tranquillamente ammettere che nel titolo non esiste: in CAIRN si fa la stessa cosa, dall’inizio alla fine. Ma questo è essenzialmente un pregio e un difetto: se da un lato il gameplay non evolve mai veramente, la varietà di ambientazioni, luci e colori portano il giocatore a voler fare sempre una scalata extra, sintomo anche che il game design proposto dallo studio funziona. Riuscire a coinvolgere i giocatori senza sussulti ludici di sorta è un grande pregio e pensiamo vivamente che sia merito dell’equilibrio tra audiovisività e gameplay che CAIRN porta con se dal tutorial ai titoli di coda.

CAIRN

Lo diciamo apertamente in conclusione: CAIRN non vuole piacere a tutti, vuole piacere a chi accetta la sua proposta. La soddisfazione non nasce dall’aver scalato un picco particolarmente complesso, ma dall’aver domato un tratto di parete con il nostro metodo, dall’aver trasformato un fallimento in vittoria, dall’aver provato e riprovato fino a che non abbiamo optato per la “nostra” giusta strada. Sì, perché in CAIRN non esiste una sola via giusta, ma il level design è disegnato in modo che il giocatore possa decidere per il suo percorso, stimolando fortemente la creatività e voglia di sperimentare Non a caso la presenza di modalità come la Free Solo (comprensiva di permadeath) guarda proprio al giocatore hardcore che ha trovato nel titolo un qualcosa di più della semplice somma delle sue parti.

CAIRN
Ottimo 8.5
Voto 8.5
Condividi l'articolo
Nato col videogioco nel sangue, riceve a sei anni la sua prima console: l'indimenticabile SNES; distruggendo joystick a furia di Donkey Kong Country e Super Mario, riceve un paio di anno dopo l'amore della sua vita: Sony PlayStation. Console che l'accompagnerà per tutta la sua carriera videoludica, tantè che la ritroviamo attaccata e funzionante nella sua cameretta, appena sotto le sorelle maggiori. Da buon collezionista e amante di retrogaming passa parte del tempo su Ebay a cercare qualche chicca Retrò, ritrovandosi ogni volta in lacrime alla vista del prezzo di Suikoden II PAL.